Ultimi commenti


utente anonimo in Shoes Gone Wild
cherrygrrl in Shoes Gone Wild
Autrichienne in Shoes Gone Wild
superqueen in Shoes Gone Wild
_isabelle_ in Shoes Gone Wild
lafrency in Shoes Gone Wild
ozilane in Shoes Gone Wild
Geakaren in Shoes Gone Wild
superqueen in Shoes Gone Wild
NYClover in Shoes Gone Wild

SQ's Blackboard




Videos on My Mind

'Disturbia' - Rihanna
'Give It 2 Me' - Madonna feat. Pharrell Williams
'Teenage Love Affair' - Alicia Keys
'Violet Hill'- Coldplay

In My iPod








Last Time at the Cinema




Bed-Time Stories

Alice's Portrait


detail 1
detail 2

What Happens in My Closet



This Month 'Vogue Italia' Says...




Blogs I Read

Abastor Daily
Acido Rivelatore
Alice
Alle Isole Svalbard
AmicaCarmilla
Blimunda
Cherrygrrl
Comincio Lunedì
Comme un Garçon
Fashion Addict Diary
Fifi Lapin
Garnant
Il Grande Cocomero
Il Mondo di Adrenalina
Il Trentesimo Anno
Kunda's Playroom
La Bolla
La Jolie et Jeunette
Larvotto
La Vita e Nient'Altro
Logan Time
Plexiglass Princess
Magenta & Woland
Makeup and Beauty Blog
Mezza Pensione da Tiffany
Nancy
Ogni Cosa E' un Perchè
Pianeta Terra
Pillole di Moda
Pero-Chan
Red Carpet Fashion Awards
Robba
Sai Tenere un Segreto?
Scandalosamente Santo
Shymay
Some Like It Haute
Sorelle d'Italia
Temptalia
To Drown a Rose
Why Don't You...

Archivio

oggi
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
--- 2007 ---

--- 2006 ---
--- 2005 ---
--- 2004 ---
--- 2003 ---

Categorie

about b
about beauty
about cinema
about fashion
about music and show biz
about photography
addicted to ethnic jewellery
addicted to fabulous bags
books and comic books
cosa si nasconde nel mio armadio
family life
hand made works
i heart balenciaga
images from outer space
red carpet
school life
tea pots
video killed the radio stars
what happens in my kitchen
what is in my bag
words from outer space

Bottoni


  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


Feeds


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Counter


Visitato *loading* volte

Opinions & Ideas


superqueen74[at]gmail.com

Credits

Template by Daria

venerdì, marzo 31, 2006
C'è un filo sottile che unisce insospettabilmente due delle maggiori personalità nell'ambito della fotografia di moda: da una parte l'americanissimo Terry Richardson, la sua volontà di stupire e dissacrare a tutti i costi, le sue immagini porno-oriented, il ghigno beffardo di chi la sa lunga sempre stampato in faccia; dall'altra invece troviamo Juergen Teller, nato in Germania e trapiantato in Gran Bretagna, il suo sguardo attento sul mondo che lo circonda, per un risultato asciutto, quasi 'verista', dove difetti ed imperfezioni - di modelle ed ambienti - non vengono eliminate ma mantenute. Entrambi presentano una realtà senza fronzoli, ed hanno in comune una passione per le stanze di motel od alberghi, meglio se arricchite da tappezzerie e stoffe di sapore barocco, forse per mettere in ulteriore contrasto tale decorativismo e la relativa 'nudità' di quanto ripreso.
Un esempio di questo è l'ultima campagna-stampa di Marc Jacobs, realizzata da Teller, avente come protagonista Meg White, la batterista del duo 'White Stripes'. La musicista, non certo nota in quanto trend-setter, è stata ritratta con semplicità, all'interno di una camera d'albergo piuttosto spoglia, di cui vediamo una tenda bianca, una stampa su una parete e un copriletto a fiori dalle tinte vivaci; Meg è l'abitante di passaggio di un mondo sospeso nel tempo, in cui tutto cambia - gli ospiti di un albergo non sono mai gli stessi - eppure rimane uguale a se stesso. E' interessante notare come la luce si uniforma agli abiti indossati: bianca nella prima immagine in alto, bigia in quella accanto e verdognola nell'immagine sotto. Un unico scatto è ambientato in un esterno notte: la pelle candida di Meg risalta nell'oscurità e si 'stacca' dallo sfondo di ramaglie, per un effetto di mistero.



Un'altra camera da letto - una dell'Hotel Crillon di Parigi - fa da sfondo ad una sorta di role-play realizzato nel 2004 con protagonisti lo stesso Teller e l'attrice britannica Charlotte Rampling, ritratti nella sontuosa cornice di uno degli alberghi più famosi al mondo. Come intuiamo dall'immagine qui sotto, è tutto un trionfo di damasco e panneggi, che però non mette in secondo piano l'espressione - tra l'assorto e il pacifico - dei due protagonisti, entrambi di bianco vestiti.

Lo stesso hotel parigino e il suo sfarzo un po' decadente fa da sfondo ad una delle campagne pubblicitarie realizzate di recente dal fotografo tedesco, ovvero quella per Yves Saint Laurent. Le modelle vengono inserite in una cornice fatta di specchi, dorature alle pareti, ricchi tendaggi damascati, pavimenti di legno, poltroncine e canapè in stile, che fanno da contrasto ad abiti dal piglio deciso e prevalentemente moderno. I fluenti capelli - specie biondi - delle modelle, acconciati ad onde, sottolineano ulteriormente le decorazioni che le circondano, in una sorta di amplificazione della volontà decorativa, senza però risultare esagerata.


Unico commento sulle modelle: qui sopra, al centro, circondata da una nuvola di voile rosa spicca la figura di Karen Elson, musa ispiratrice di Stefano Pilati, nonchè moglie dell'altra metà dei 'White Stripes', Jack White. Concludiamo infine con qualche immagine tratta da 'Les Demoiselles de la Nuit' [1], servizio realizzato per il numero di aprile del mensile 'W': ambientato in una dimora antica, in cui dominano panneggi, pareti altissime e coperte di tappezzeria damascata, marmi e stucchi, va a sottolineare un'idea già presente nella campagna-stampa di Yves Saint Laurent, ovvero la fissità della figura femminile, la sua quasi 'reificazione': le donne sono come statuine ben vestite, issate su tacchi altissimi, con qualche fiocco nei capelli, che spiccano - presenze a volte inquietanti - di un mondo in via di disfacimento. L'illuminazione è pressochè rudimentale, così come le inquadrature, il che rende quando ritratto ancora più reale e, in qualche caso, squallido.



La vita, che percepiamo palpabile e prepotente nella fotografia di Richardson, pur nella sua sfacciataggine e brutalità, viene qui come 'congelata', in immagini che riducono tutto - la bellezza delle modelle e dei capi indossati - alla realtà, senza alcun tipo di abbellimento. A questo punto, quindi, mi chiedo: è questo - la dura realtà - che il mondo della moda vuole comunicare adesso? La fotografia di moda non era sogno e perfezione, ovvero tutto quello che non esiste? L'importanza che il lavoro di Teller sta assumendo - e i contratti che sta firmando sono indicativi di questo - sembrerebbe condurre verso questa direzione: nessun fronzolo, in poche parole, solo la vita come tutti la conoscono. Che Teller abbia aderito al Dogma 95?

[1] Il titolo del servizio è un evidente riferimento all'omonimo balletto di Roland Petit, che narra la sfortunata storia d'amore tra un giovane scrittore e una gatta, bella ma infedele.
Postato da: superqueen alle 17:37| commenti (19) | p.link

martedì, marzo 28, 2006


L'ora legale non ha giovato all'atmosfera ancora novembrina che aleggia sulle pendici del Grappa: i miei alunni sono sempre sul momento di crollare di sonno, l'ingegnere si addormenta davanti alla tv in men che non si dica, la pioggerellina fine continua a cadere e io stento a credere che è primavera. Vado ancora a scuola in cappotto di tweed e non lascio mai a casa la lunga sciarpa rossa e oro che mi ha accompagnata tutto l'inverno, ogni tanto accenno un timido tentativo di togliere un maglione ma la temperatura non lo permette ancora, maledizione!
Gli unici segnali di primavera che sono entrati nella mia vita li vedete qui sotto



Un vasetto di giacinti fucsia (non sono mai stata un pollice verde, ma l'idea me l'ha data lei e ho voluto provare anch'io), una collana di legno con pendenti a forma di vaso fiorito e di annaffiatoio, che indosso sui maglioni con scollo a 'v' (acquistata l'estate scorsa) e una pin rosa di Tarina Tarantino (regalo da parte sua), che appunto sull'ampio bavero del cappotto. Punto. Cerco di risollevarmi il morale con qualche canzone energica, sono anche tornata sull'antico tentativo di ascoltare i Beatles, ma temo andrà a finire male anche stavolta. Piena vivacità, di contro, nel campo della sperimentazione cosmetica: ho provato il nuovo fondotinta correttivo di Vichy e devo ammettere che fa miracoli; consiglio anche 'Miss Dior Chèri', profumo fresco, dolce ma non troppo, perfetto per risvegliare i sensi, giustamente assopiti dalla situazione metereologica e da una rinuncia forzata a qualsiasi tipo di shopping (causa fioretto pasquale).
Postato da: superqueen alle 19:03| commenti (33) | p.link

domenica, marzo 26, 2006
Causa caduta dalle scale, compiti in classe da correggere, montagne di panni da stirare, varie ed eventuali, l'attività su questo blog ha rallentato il ritmo, ma approfitto di cinque minuti di pausa per presentare un'altra puntata di 'What Is In My Bag?', la rubrica 'impicciona' per eccellenza, grazie alla quale potrete soddisfare uno dei bisogni primari del genere umano, ovvero farvi - bonariamente, s'intende - gli affari degli altri, dando una sbirciatina all'interno delle loro borse. Ivan è stato il primo uomo a rompere il ghiaccio, fornendo alla sottoscritta prova di quel che contiene la propria borsa di lavoro; sulla scia del suo esempio, una lettrice, nonchè cara amica, nonchè a sua volta partecipante alla rubrica, nonchè autrice di questo splendido ritratto, ci invia alcune immagini relative alla borsa del suo ragazzo, Giorgio.



Da una prima analisi, vediamo come la borsa, una classica borsa da lavoro, contenga oggetti di prima necessità molto essenziali - una sciarpa, alcune penne, un cellulare Motorola e un videofonino Tre, un ombrello pieghevole, una confezione di fazzolettini di carta - ed altri invece che tradiscono la sua professione (collabora con uno studio di architettura) e la sua passione per l'arte e il disegno, passione che condivide con la sua ragazza.



Qui vediamo ancora meglio il contenuto 'artistico' della borsa nel dettaglio: spiccano un disegno della mia aliena preferita, Lamù, mollemente adagiata su un cuscinone zebrato come il suo ridottissimo bikini, e un disegno monocromo di un personaggio della scuderia Bonelli, ovvero l'agente speciale Legs Weaver, ritratta in una scena d'azione ed inguainata in una futuristica tuta effetto 'seconda pelle' ben scollata davanti. Inoltre, Giorgio si diletta a creare pendenti in smalto e metallo che raffigurano robot anni '80.
Da quanto emerso finora, possiamo arguire che gli uomini, per quanto pragmatici, limitano sì gli oggetti da portare con se a poche unità, ma non rinunciano a quanto può comunicare e simboleggiare le loro passioni (nel caso di Ivan, libri, dischi e dvd, nel caso di Giorgio i disegni e i pendenti), prova, questa, di come anche loro, come noi, possano essere 'letti' in base a quel che si nasconde nelle loro borse.
Postato da: superqueen alle 15:17| commenti (23) | p.link

giovedì, marzo 23, 2006
Il freddo e la pioggia degli ultimi giorni sembrano asserire il contrario, ma secondo il calendario la primavera è già qui. Quel che certamente c'è è il desiderio di lasciarsi alle spalle l'inverno e di affrontare con animo rinnovato la bella stagione. L'autunno, con la sua luce dorata e malinconica, e l'inverno, con le lunghe ore di buio, sono le stagioni che preferisco; primavera ed estate sono per me come dei momenti da trascorrere senza tanto pensarci, alla larga dal sole troppo cocente, dal caldo afoso e dall'eventuale pressione bassa. Alcune cose, però, appartenenti alla sfera primaverile/estiva, mi piacciono molto: gli abiti leggeri, i piedi nudi con smalto bene in vista, la frutta di stagione, i ghiaccioli, i primi film di Verdone e diverso trash anni '80 da guardare il sabato pomeriggio, il mare all'alba o al tramonto, i foulard in testa, un profumo che sa di erba appena tagliata. Tra queste ci sono anche le campagne-stampa delle nuove collezioni: tra quelle che mi hanno colpito di più, sembra sia presente un filo-conduttore legato ad un oggetto carico di reminiscenze lontane, ovvero il palloncino. Le campagne-stampa a cui mi riferisco sono quelle di Givenchy (che ha come protagonista una Maria Carla Boscono tornata al suo biondo naturale) e di Hèrmes (di cui è protagonista Gemma Ward, che già era stata scelta per la stagione p/e 2005).



Riccardo Tisci, designer della linea donna Givenchy, ha scelto di dare alla modella di origine romana il compito di rappresentare la sua collezione estiva: i due si conoscono da tempo e Maria Carla è addirittura musa ispiratrice dello stilista. Le immagini sono state scattate in esterno, su una specie di terrazza che dà su un panorama metropolitano: quel che colpisce è la luce, dorata, quasi crepuscolare, che rende ancora più vivi e saturi i colori - il bianco abbacinante degli abiti e degli accessori, la chioma bionda di Maria Carla (che spesso le nasconde, in parte o del tutto, il volto). Nell'immagine qui sopra, come accennato prima, appare anche un grande pallone in plastica bianca, che la modella tiene legato ad una corda, oggetto, questo, che rimanda all'infanzia, ad una sfera decisamente ludica. I suoi contorni però quasi si confondono con il cielo, quindi viene a perdersi l'idea della leggerezza, mentre è sottolineata un'atmosfera vagamente inquietante.



Hermès da diverse stagioni costruisce le proprie campagne-stampa attorno ad un elemento naturale o a un oggetto: lo scorso inverno è stata la volta della navigazione, la stagione prima dell'acqua, l'estate 2004 della mano. Quest'anno è toccato all'aria e quale altro oggetto poteva rappresentarla meglio del palloncino? Il palloncino compare in tutte le immagini (ne vediamo qui sotto due esempi), è arancione (colore-simbolo della maison francese) ed è rappresentato non in mano a Gemma Ward, ma nell'atto che gli è proprio: volare.



Anche queste immagini sono state scattate all'aperto, ma l'atmosfera è completamente diversa: i colori sono più tenui, leggeri, rilassati, e il palloncino che svolazza sullo sfondo sottolinea questa idea. Gemma Ward, con il suo viso dolce e raffinato, incarna alla perfezione il messaggio che la collezione disegnata da Jean Paul Gaultier vuole comunicare: lusso, semplicità e tradizione.



Tornando all'immagine del palloncino, non è un caso che sia stato recentemente usato come 'oggetto di scena' sul set dello spot pubblicitario per gli ultimi episodi di 'Sex and the City' e nel servizio 'Inside Out' di Alas & Piggott, con Karen Elson: nel primo caso, un grappolo di palloncini scarlatti viene trascinato da una sorridente e biondissima Sarah Jessica Parker, a spasso per New York, mentre nel secondo la rossa Karen, seduta sulla spiaggia di Coney Island, trattiene quattro palloncini blu.



In entrambi i contesti, l'oggetto sta a simboleggiare un avvicinamento ad una dimensione ludica e spensierata, presente più che mai quando si avvicina la bella stagione.

UPDATE: guardate un po' cosa è apparso sul numero di aprile di 'Marie Claire'?



Al di là di qualsiasi polemica, sembra ci sia una 'strana' telepatia tra la sottoscritta e la redazione della rivista, non credete? Grazie ad Alisea per l'immagine passata allo scanner.
Postato da: superqueen alle 17:06| commenti (23) | p.link

mercoledì, marzo 22, 2006


Il mio rapporto con gli ospedali e con la malattia in generale non è mai stato idilliaco, e questo mi sembra abbastanza ovvio. Il già cattivo rapporto è ulteriormente peggiorato sin da quando frequentavo l'università, nel momento infausto in cui la mia mente ha ben pensato che era arrivato il tempo - finalmente - di diventare ipocondriaca. Non mi soffermo su quel che significa essere ipocondriaci o, per meglio dire, 'malati immaginari', perchè è uno stato mentale così particolare da non poter essere affatto compreso da chi non ci si è mai trovato. L'ipocondria, nell'accezione 'patofobia', è non solo paura delle malattie ma in qualche modo paura del mondo e delle variabili di inconoscibilità e imprevedibilità che lo caratterizzano. Tali variabili, ieri sera, si sono materializzate per la sottoscritta sotto forma di una scala di legno, quello che porta dalla mia cucina alla mansarda, quella su cui mi sono ritrovata stesa dopo aver messo un piede in fallo. Quando avviene il passaggio da 'paura della malattia' ad un qualche tipo di malessere, la mente dell'ipocondriaco (nella fattispecie, la mia) letteralmente implode: il panico dilaga e si rimane attoniti, proprio di fronte all'imprevedibilità banale di un incidente domestico.
Oddio la schiena, è stato il mio primo pensiero, da cui si è originata una piena di pensieri che mi hanno seguita fin dentro allo studio della guardia medica e fin dentro al pronto soccorso più vicino, fortunatamente non affollato. Sono tornata a casa tutta dolorante (e sottolineo tutta: la botta è concentrata sulla zona lombosacrale destra, ma si irradia alla gamba, al braccio, ovunque) ma intera; ogni minimo movimento è una stilettata, quindi oggi sarà molto edificante prendere la macchina e guidare fino a scuola. Niente di grave, quindi, ma il timore di quel che non è stato ancora non mi lascia stare. Mi sono trovata spesso a fronteggiare il dolore e la malattia 'reali', non sulla mia pelle, ma su quella di mio padre, so cosa vuol dire attendere un responso, l'esito di un'operazione delicatissima, un segnale di ripresa o di peggioramento, la trafila degli ospedali, le nuove cure, le ricadute, e forse per questo, per una reazione inconscia, io temo così tanto quel che, volenti o nolenti, fa parte della vita di ciascuno.
Postato da: superqueen alle 08:42| commenti (31) | p.link

lunedì, marzo 20, 2006


L'ingegnere è influenzato. Dopo aver vangato l'orto e trasportato legna dal bosco a casa dei suoi per tutta la domenica, ieri pomeriggio rincasa con l'aria da cane bastonato e le orecchie basse: 'ho brutta voglia', che nel suo gergo equivale ad un più brutale 'mi viene da vomitare'. A sera scoppia l'influenza vera e propria (ma senza febbre): bene, penso io, almeno si metterà a letto e non vagherà per casa come un'anima in pena o, peggio, come uno spargitore di bacilli. Si è messo a letto, per fortuna, ma in compenso ho trascorso una notte in bianco, svegliata di continuo dai suoi lamenti (dal comune 'mi fa male la pancia' al tremendo 'non riesco a trovare la posizione giusta per dormire') e dalle scosse telluriche scatenate ad ogni suo movimento nel letto con la frequenza di cinque minuti. Ho guardato l'orologio procedere verso il mattino: alle 6 e mezzo la sveglia sarebbe suonata per me, mentre lui - avrei potuto giurarlo - si sarebbe ormai addormentato come un sasso. Così è stato. L'evento dell'incontro ingegnere-influenza, più unico che raro, sta rivelando la sua vera portata con il trascorrere delle ore: oggi pomeriggio, mentre lui continuava a dormire come un sasso (nei pochi momenti di veglia non ha detto altro che 'mi sento uno straccio', per poi girarsi dall'altra parte e riaddormentarsi), io ho fatto la trottola tra casa da riassettare, stufa da accendere, spesa da fare, compito in classe da preparare per domani e un sonno fotonico che, ad un certo punto, si è pure stufato e se ne è andato, arrivederci a stanotte.
Con lo straccio umano ho parlato chiaro, anzi, piuttosto brutalmente: io stanotte pretendo di dormire, non ci sono santi nè madonne. Spero per lui che riesca a dormire così come ha fatto per tutto il giorno, altrimenti saranno cavoli. Domani lui trascorrerà un'altra rilassante giornata a casa, mentre io tornerò a pomeriggio inoltrato, dopo cinque ore di lezione e due di sportello: spero solo che si riprenda nel frattempo. Quando un uomo d'azione come l'ingegnere non sta tanto bene, è un dramma; quando poi è costretto da cause di forza maggiore a stare dentro casa, è una tragedia.
Postato da: superqueen alle 21:55| commenti (18) | p.link

domenica, marzo 19, 2006
Dopo aver pubblicato un album di grande successo, essersi sposata ed aver dato un'aggiustatina alla propria immagine, Kelis ora torna con il singolo 'Bossy' e con relativo video, in cui ridisegna il proprio ruolo di artista e l'appartenenza all'estetica hip-hop. Il video, girato da Marc Klasfeld (già regista di 'Lose My Breath' delle Destiny's Child e di 'Just Want You to Know' dei Backstreet Boys), propone una serie di luoghi comuni apparentemente banali - sesso, ostentazione della propria ricchezza, ambientazioni lussuose - che vengono però visti attraverso uno stile piuttosto originale, in cui si sente fortissima l'influenza di Terry Richardson e della sua fotografia porno-oriented. Legata ad una sensualità piuttosto 'alla buona', Kelis cerca di fare un passo avanti, staccandosi dallo stile ghetto fabulous che la contraddistingueva, per avvicinarsi ad un'immagine più raffinata ed aggressiva, non necessariamente legata all'ostentazione.
Ogni 'rinascita' che si rispetti passa attraverso lo specchio (segno di duplicità e di desiderio di cambiamento) e un paio di forbici: di prima mattina, alzatasi da un ricco letto a baldacchino, immerso nel verde, Kelis siede alla toelette, afferra un paio di forbici ed inizia a sfoltire i suoi ricci neri. Il risultato di questo hair-cut casalingo lo vediamo appena dopo.



La consueta massa riccia di capelli ha lasciato il posto ad un taglio corto con riga laterale, con il quale Kelis si presenta alla festa in piscina. Per l'occasione indossa un costume bianco e nero di Roberto Cavalli, gioielli a profusione ed enormi occhiali neri a mascherina. Della festa vengono messi in evidenza i momenti salienti - i cocktail, gli aitanti ospiti, il sesso sull'erba.



Probabilmente la sequenza che diventerà famosa dell'intero video appartiene proprio a questa prima parte: la cantante, in preda a manie da dominatrix, calpesta la schiena di un aitante giovanotto steso sull'erba. La stessa immagine è presente anche sulla copertina del singolo, in cui si vedono bene i sandali indossati da Kelis, una sorta di rivisitazione di quelli con oblò nella zeppa proposti da Louis Vuitton nell'estate 2004; qui inoltre iniziano le citazioni dall'opera di Terry Richardson: chi non ricorda l'immagine che vediamo sotto, tratta dalla campagna-stampa p/e 2002 di Sisley, quei sandali verdi con lacci alle caviglie e tacchi in legno che affondano senza tanti complimenti sulla schiena di un uomo?




Il passaggio da scene girate in esterno giorno e quelle girate in interno notte sono unite da una tradizionale sequenza metropolitana, in cui vediamo la nostra al volante di una Lamborghini, piglio deciso e gli immancabili occhiali da sole, e da un altrettanto tradizionale (in base all'estetica hip-hop) momento in cui si sbattono in faccia allo spettatore le proprie ricchezze e il proprio discutibile senso dello stile. Kelis ci mostra il suo 'elegantissimo' paradenti tutto tempestato di diamanti e una collezione non indifferente di collane luccicanti, tra cui spicca la tag-name 'Mrs Jones' (il vero nome di Nas, il rapper marito della cantante, è infatti Nasir Jones), giusto per sottolineare il messaggio 'sono sua'.



Eccoci infine giunti ad una festa dove scorrono fiumi di champagne (Veuve Clicquot, per la precisione), dove si pasteggia a base di ostriche e crostacei (cibi afrodisiaci?), dove la raffinatezza delle sculture di ghiaccio fa da contraltare all'instintività del sesso. Questa scena è girata con una tecnica particolare, mutata da certe immagini di Richardson: quanto ripreso è illuminato da un spot, mentre il resto viene lasciato in penombra, con il risultato quindi di mettere in evidenza alcuni dettagli e di far passare in secondo piano altri. Kelis, le pietanze, il barboncino tinto di azzurro è come se emergessero dall'oscurità, assumendo quindi rilievo agli occhi dello spettatore. Per l'occasione, Kelis indossa un abito-bustier nero e una strepitosa parure collier-orecchini pendenti in diamanti.



Qui, come anticipato, le citazioni da Richardson abbondano: il barboncino con il pelo tinto era già stato visto nella campagna-stampa Sisley p/e 2005, mentre un piatto di ostriche e ghiaccio campeggiava nella campagna-stampa Sisley a/i 2000.




Ancora sensualità e lusso in alcune immagini riprese dall'alto (Gwen Stefani docet?), in cui Kelis indossa un ridotto bikini scarlatto, un bel kimono a sfondo blu, una collana e anelli vari di diamanti, stesa su quel che sembra un letto di lustrini.



Un altro momento discosto dalla festa vede la nostra in un'ambientazione-post industriale - una parete di cemento - mentre mette in mostra il nuovo taglio (molto simile a quello sfoggiato da Missy Elliott in 'Lose Control') e recupera dagli anni '80 un paio di pantaloni a vita altissima, indossati con una camicetta di Chloè.



La chiusa del video viene affidata ad una serie di immagini girate durante la festa, con la nostra mollemente stesa su una moquette (o un tappeto) a motivi tapestry: per l'occasione indossa un abito con una manica lunga e l'altra corta di Matthew Williamson, suo amico personale, nonchè stilista di fiducia. Anche in questo caso c'è lo zampino di immagine di Richardson: ho scelto questa tratta dalla campagna-stampa Sisley p/e 2005 giusto per portare un esempio, ma chi conosce la fotografia dell'artista statunitense, ha presente la sua passione per il barocco e la carta da parati.




Non conosco le fonti di ispirazione di Klasfeld per elaborare il concept che sta alla base di questo video, quindi non voglio arrivare a conclusioni affrettate, certo però che mi piacerebbe sapere cosa ne pensa Richardson a riguardo.


Postato da: superqueen alle 17:24| commenti (27) | p.link

giovedì, marzo 16, 2006
Gli ultimi post su questo blog sono stati dedicati alla fotografia di moda, per la quale colei che scrive nutre una grande passione. Ho notato, nei commenti a questi ultimi post, che quando si parla di fotografia e di modelle, il discorso - prima o poi - cade sempre ed immancabilmente su Kate Moss, probabilmente the ultimate top-model. Sfogliando le pagine dell'ultimo numero di 'Vogue Italia' (la cui sezione moda è aperta da 'Organized Robots' di Steven Meisel), mi sono imbattuta in 'The Girl of a Singular Beauty' di Mario Sorrenti, la cui protagonista è appunto Kate Moss. Molti sono i motivi che legano fotografo e modella [1], ma tutti ricordano in particolare la campagna-stampa per il profumo 'Obsession' di Calvin Klein: lui, maestro nel rendere atmosfere sospese nel tempo e misteriose, grazie ad un sapientissimo uso dell'illuminazione e del chiaro-scuro, negli anni '90 ha ritratto lei, la modella additata come inno all'anoressia, in una serie di scatti in bianco e nero che hanno fatto la storia della fotografia pubblicitaria.
Per uno strano giro del destino, Kate - destinata, fino a qualche mese fa, alla dannazione mediatica per la faccenda del festino a base di cocaina - ora è definitivamente risorta dalle proprie ceneri, come dimostrano i moltissimi servizi di moda e le campagne-stampa (tra cui quella per Roberto Cavalli e per Longchamp) che la vedono protagonista [2]. Non è un caso che fotografi ed aziende la scelgano: Kate ormai non è più semplicemente una modella e nemmeno più una icona di stile. Su di lei aleggia un'atmosfera particolare, eccentrica e composita che è quella dei nostri stessi tempi, convulsi, culturalmente disordinati e forse per questo affascinanti. Farsi rappresentare da lei vuol dire 'sfruttare' tutto il bagaglio di immaginario che porta con se, impalpabile come lo splendido ologramma che ha animato l'ultima sfilata di Alexander Mc Queen.

Nel servizio fotografico di Sorrenti, tre caratteristiche saltano agli occhi del lettore: gli abiti bianchi (trend di stagione), il suddetto chiaro-scuro e la nudità della modella. Il bianco dei vestiti si fonde a volte con il colore della pelle, a formare un'unità plasmata dalla luce e dai giochi di luce ed ombra. Quasi tutti gli scatti ritraggono Kate di profilo o di tre-quarti, quasi a voler sottolineare la sua inafferrabilità; l'unica immagine in cui la ripresa è maggiormente frontale coincide con il nudo, composto, come vedremo, in maniera particolare.



Nella prima immagine, Kate posa con un soprabito in pizzo macramè foderato di chiffon con collo e polsi in lino sfrangiato di Dolce e Gabbana, mentre nella seconda viene ritratta di profilo con uno chemisier di cotone impunturato con collo profilato di pizzo di Chloè.



Sotto il vestito niente: la luce trapela attraverso il babydoll in voile di cotone di Calvin Klein, mentre il viso di Kate rimane quasi completamente in ombra. Una posa a tre-quarti nella seconda immagine, dove la modella indossa un abito in raso e tulle con ricamo in perle di John Richmond e una camicetta in chiffon con microruches di Jean Paul Gaultier.



A sinistra Kate indossa un abito in mousseline e pizzo di Balenciaga, ed è illuminata da una fonte di luce posta in alto. Ancora una luce laterale plasma il corpo di Kate come una statua: dal buio emergono solo parte del viso, del busto e dell'abito monospalla in pizzo stretch con lungo nastro di raso e fiocco di D&G.



Nello scatto a sinistra, il volto di Kate è ombreggiato dal pizzo di seta dello slip-dress di Jil Sander. Nella seconda immagine, invece, Kate è ritratta completamente nuda, salvo una mantella in seta goffrata profilata da ponpon di Yves Saint Laurent. Anche in questo caso, il corpo è letteralmente plasmato da una luce posizionata lateralmente e dalle zone di ombra che questa naturalmente crea. Come nelle precedenti immagini, Kate non è posta frontalmente ma leggermente di lato, in modo che il viso venga praticamente inghiottito dall'oscurità, mettendo invece in evidenza il corpo.

[1] Le cronache gossip dell'epoca segnalano anche una relazione sentimentale tra i due.
[2] Non dimentichiamo l'omaggio tributato alla modella da 'Vogue France' nel 2005 (non solo un servizio fotografico, ma addirittura quattro copertine diverse), e quello - monumentale - voluto dalla rivista 'W' nel 2003 (nove copertine diverse!).
Postato da: superqueen alle 12:03| commenti (37) | p.link

sabato, marzo 11, 2006


Certa fotografia di moda contemporanea ha definitivamente abbandonato il suo fine primo - mostrare le novità salienti delle ultime collezioni - in favore di una narrazione non verbale ma parimenti intensa, quella per immagini. Maestro in quest'arte, nonchè personalità di punta nello staff creativo di 'Vogue Italia' è Steven Meisel, spesso mente di racconti scomodi, che mettono a disagio, che danno una visione inquetante, ma non per questo non veritiera, della realtà.
'Organized Robots', servizio che appare sul numero di marzo della rivista italiana, rispecchia perfettamente questo desiderio di raccontare una storia, di comunicare suggestioni tramite le mute rappresentazioni messe in scena su un set fotografico; l'obiettivo però viene messo a segno attraverso situazioni disturbanti ed ambigue, in cui il vecchio e il nuovo, il sacro e il profano sono così giustapposti da risultare addirittura complementari.



I 'robot organizzati' che danno il titolo al servizio sono una presenza costante nelle immagini, un vero e proprio filo conduttore che evoca ricordi d'infanzia e echi di fantascienza, inserito in uno scenario con cui - apparentemente - non ha nulla a che spartire. Nell'angolo sinistro in basso dell'immagine qui sopra compare il robot, decorato da parti cromate, mentre il resto della scena è occupato da una donna stesa a terra, vestita di bianco, e da un televisore che ci rimanda l'immagine di un anime di cui è protagonista una ragazzina vestita in modo simile alla donna stessa. Due elementi di una cultura 'altra' - modellini di robot e cartoni animati - vanno ad innestarsi in uno scenario che si chiarirà man mano.



In una stanza da bagno dalle pareti piastrellate d'azzurro, affacciata su uno scenario dominato dal verde della natura, una donna, sempre vestita di bianco, con il capo coperto da un complesso copricapo con soggolo, si insapona le gambe. Muti spettatori di questa toelette pudica sono dei robot, immersi in un lavandino ricolmo di schiuma. Il copricapo ci porta indietro nel tempo (viene in mente questo dipinto) e in una dimensione ben precisa, quella monastica.



Davanti ad un focolare siede assorta un'altra ragazza, anche lei con il capo coperto ed un crocefisso di legno al collo, circondata dai robot (uno davanti a lei, un gruppo nutrito è sistemato su un mobiletto di legno, in posizione elevata rispetto alla donna). A questo punto iniziano a delinearsi i contorni di una vicenda misteriosa ed apparentemente impenetrabile. I quesiti si affollano soprattutto al 'dove' ci si trovi: una comune di donne perdute redente dalla religione? Un istituto religioso in cui espiare le proprie colpe? Un collegio per ragazze di buona famiglia [1]? Una comunità isolata dal resto del mondo ed organizzata attorno ad un credo utopico? Un ospedale psichiatrico?



Uno specchio, classico mezzo tramite cui viene introdotto il tema della duplicità, rimanda l'immagine di un letto e di una ragazza dal volto ombreggiato dai capelli sciolti, intenta a lasciare un segno orizzontale sulla superficie riflettente. Un robot compare anche qui, incastrato in un cassetto dal quale (forse) tenta di uscire. L'iconografia della donna dal volto coperto dai capelli è tipica di certa cinematografia, specie orientale, e qui non fa che amplificare l'alone impenetrabile di mistero che avvolge questa vicenda tinta di bianco.



Di nuovo una stanza da bagno, una donna con croce al collo e un robot, stavolta abbandonato sul pavimento. L'immagine viene scattata dall'alto, permettendo allo spettatore di notare un'altra toelette pudica (come nel secondo scatto, anche qui la donna si lava con gli abiti addosso). L'acqua lattiginosa, le gambe nivee della donna, il suo volto a fior d'acqua, rimandano un'atmosfera angosciante e malinconica, in cui il guscio di ceramica della vasca contiene una simbolica 'morte per acqua', altro topos di molta letteratura ed arte, attraverso cui passa la rigenerazione e la purificazione (il che ci collega anche alla stessa religione cattolica).



Mentre possiamo dire di aver chiarito, più o meno, l'interrogativo riguardante il luogo dell'azione, concentriamoci ora sul ruolo che hanno i modellini di robot in un'ambientazione così asettica, sospesa nel tempo e fortemente chiusa rispetto al mondo esterno. I robot sono delle entità che dominano questo mondo candido? Sono degli oggetti di piacere (come potrebbe essere comunicato dall'immagine a sinistra qui in alto)? Sono semplicemente dei giocattoli, da accudire come bambole (come invece verrebbe da pensare guardando l'immagine a destra, dove la donna tiene in braccio il robot a mò di neonato)?
Anche dall'immagine qui sotto, crudele nella sua semplicità (una donna, nuda, viene ritratta mentre le viene rasata la testa), il robot appare come un giocattolo dal quale non ci si vuole staccare (il gesto della donna di allungarsi verso di lui, come per accarezzarlo, è eloquente). In questa scena, come nella prima, c'è uno schermo televisivo che rimanda altre immagini di anime.



Quel che più inquieta in questo 'racconto per immagini' è la mancanza di una chiave di lettura, attraverso cui interpretare ciò che vediamo. E' la nostra mente, il nostro bagaglio culturale, che servono per dare un'interpretazione personale ed assolutamente non univoca ad una vicenda da leggere nei modi più vari, ed è forse probabilmente questo il fascino della fotografia 'narrativa': ci viene fornito un 'simulacro' di significato da riempire come più ci aggrada.

[1] Il collegamento con 'Picnic at Hanging Rock' di Peter Weir è anche cromatico: le protagoniste del film, così come quelle del servizio fotografico, indossano abiti dalla foggia antiquata ed esclusivamente bianchi (bianco è infatti il colore virginale per eccellenza).
Postato da: superqueen alle 15:27| commenti (37) | p.link

giovedì, marzo 09, 2006


Nel panorama internazionale delle modelle, attualmente dominato da ragazze provenienti dall'ex Unione Sovietica, dall'Est Europeo e dall'America Latina (specialmente dal Brasile), ha iniziato a farsi notare una bellezza anticonformista, Irina Lazareanu, di cui personalmente non sono riuscita a rintracciare nè provenienza, nè ulteriori informazioni. Protagonista della campagna-stampa Anna Molinari per la stagione p/e 2005, è stata vista praticamente su tutte le ultime passerelle di Milano (qui la vediamo nel backstage di Versace in compagnia di Pat Mc Grath) e Parigi. Corpo sottile, lunghi capelli neri con frangetta, labbra piccole ed occhi leggermente infossati, Irina ricorda per certi aspetti Penelope Tree, tra le modelle più famose degli anni '60, a cui la accomuna un'eleganza eccentrica e ribelle, come mettono in luce questi scatti realizzati da Richard Burbridge per 'Vogue Italia'.



'Clothes That Charm' è un servizio realizzato dal fotografo di origine britannica ed apparso sul numero di febbraio del magazine di moda. Come altri suoi colleghi connazionali (primi fra tutti, Miles Aldridge e Tim Walker), anche Burbridge nutre una passione per le ambientazioni decadenti e legate a tradizioni passate: nel caso in questione, ha scelto di scattare le immagini in una casa d'altri tempi, dove sono ben visibili i segni del tempo che passa - i pavimenti in pietra antica, i pannelli di legno rovinato alle pareti, diversi oggetti (un quadro, una lampada a stelo, delle ceramiche) - i quali rimandano un'atmosfera elegante e al tempo stesso trascurata, come per caso. In 'Clothes That Charm', inoltre, questi echi trovano l'ideale contrasto in tocchi di modernismo - le braccia dipinte, il viso sporcato di bianco ed azzurro, tempera rossa al posto del fard - che rimandano ad un ambito artistico altrettanto istintivo.
Nella prima immagine, Irina è intenta a scrivere su un foglio con una matita, sulla sua mano spicca della tempera, segno artistico che decora in maniera quasi sbadata una parte del corpo. Qui indossa una tunica di seta con scollo ed alta cintura ricamati di strass (Alexander Mc Queen) ed un cappello di piume di Prudence Millinery, modisteria londinese.
Nella seconda immagine, invece, viene riproposta la consueta posa da 'broken doll' seduta su una vecchia poltrona rivestita di tessuto (qui vediamo la stessa posa con protagonista Christina Aguilera, ritratta da Judson Baker nel 2003). Irina indossa un abito-grembiule di jersey e pizzo e un elaborato cappello formato da nastri di passamaneria (Jean Paul Gaultier).



Sulle pareti rivestite da vecchi pannelli di legno spicca un quadro a tema marino (che verrà ripreso da un altro scatto) e la silhouette di Irina, che qui ha i capelli raccolti in modo da mettere in evidenza il trucco simile a body painting (tempera rossa al posto del fard), un tocco artistico che contrasta con l'ambientazione. Irina indossa un abito-bustier in seta con fiori applicati (Chanel), impreziosito da un grande collier e bracciale di Esme Walton per Jeremy Scott, entrambi formati da pezzi di Lego e pupazzetti dorati.



Le vestigia del passato sono simboleggiate da un vecchio trofeo di caccia o da un armadio da cui estrarre abiti scenografici e calzature scintillanti. A sinistra, Irina indossa un abito in organza sfumata con nodi (Dior by John Galliano), la cui vena romantica viene amplificata dal velo ricamato di Suzanne Millinery sistemato sul capo. A destra, invece, indossa un abito in seta con decoro multicolore frontale (Etro), una mantellina ricamata a perline di Lynn Christiansen e un copricapo con piuma di New York Vintage.



Di nuovo un accenno di body painting sulle braccia, mentre altri dettagli ambientali si assommano a quanto già visto: Irina posa di fronte a due finestre che danno su un paesaggio marino, che vedremo meglio nello scatto successivo. Qui vediamo un abito-bustier in seta e francesine in pelle metallizzata (Givenchy), indossati con un anacronistico cerchietto con crestina in pizzo, sempre di Givenchy.



Il passaggio dall'interno all'esterno di è ormai compiuto: il panorama marino che avevamo precedentemente intravisto ora è protagonista assoluto di questa immagine, l'unica dell'intero servizio scattata all'aperto. Il mare è agitato e grigio, il cielo è cinereo, le pietre hanno colori smorti, e questo non fa che sottolineare i bagliori metallici riflessi dalle paillettes di cui è fortmato l'abito indossato da Irina (portato con una semplice t-shirt in cotone bianca e una croce con smeraldi di Fred Leighton al collo), una sorta di sirena glam con il volto dipinto di azzurro e i guanti di colore diverso.



A sinistra il mio scatto preferito: il lungo abito-chemisier in georgette scarlatta (Gucci) viene rievocato dai consueti 'pomelli' rossi in viso e dalla nicchia che troviamo sulla parete, anch'essa dipinta di rosso. Trovo molto d'effetto il contrasto tra il rosso e l'azzurro turchese/verde delle ceramiche inserite in questa nicchia, caratterizzate da una forma rotonda che fa da contraltare alla linea 'a colonna' dell'abito.
Ancora un trofeo di caccia alle pareti in questa ultima immagine: qui si tratta di un pesce (altro riferimento marino), che si intravede sulla destra, e di una specie di lisca appesa al muro. Qui Irina indossa un top in seta jacquard e lunga gonna in pizzo stampata a ninfee, chiaro riferimento all'arte di Monet (Rochas).

Irina Lazareanu immagino farà molto parlare di se in futuro, le premesse affichè diventi una delle protagoniste del mondo della moda ci sono tutte: viste le compagnie attuali, non potrà che essere così.
Postato da: superqueen alle 14:30| commenti (30) | p.link

Template by Daria - powered by Splinder