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giovedì, novembre 30, 2006


Ho avuto momenti peggiori rispetto a quello che sto vivendo attualmente, eppure mai come adesso mi sono sentita in dovere di rintanarmi, di stare per conto mio, di chiudere tutto, blog compreso (ringrazio le persone che si sono chieste dove diavolo fossi finita e perchè questa decisione apparentemente improvvisa). L'idea iniziale era quella di lasciarlo chiuso a tempo indeterminato, poi è arrivato ieri e tutto è cambiato. Avete presente quelle giornate che iniziano all'insegna della negatività e poi, come per magia, si risolvono nel migliore dei modi? Ebbene, ieri, carica di raffreddore e di stanchezza, faccio le mie due ore al riformatorio (la seconda nella scuola professionale maschile) e mi trascino come una lumaca, con le orecchie basse, verso la scuola professionale femminile, lì vicino; nel tragitto sento della musica provenire dalla palestra e mi ricordo che è in corso l'assemblea di istituto. Entro a scuola, dribblo studenti e professori e mi reco in palestra: lì, sul palco, chi suonava se non un gruppo formato - tra gli altri - da due miei alunni dell'anno scorso? Il cuore mi si è aperto, giuro, ho provato una sensazione bellissima e particolare: ho mollato la borsa per terra e mi sono messa ad ascoltarli, orgogliosa di loro come se fossero figli miei. Una torma di ragazzine stava intorno al palco, intente a fotografarli da tutte le angolazioni possibili ed immaginabili e io ero ufficialmente diventata una loro groupie, che - come ogni groupie che si rispetti - è stata accolta nel backstage e si è portata a casa la playlist del concerto.



Ad esibizione finita, tra una parola e l'altra, nel momento in cui ho sentito uno dei due alunni, il bassista, dire che io sono stata la migliore insegnante che abbia mai avuto, mi sono metaforicamente asciugata la lacrimuccia scesa e mi sono detta che forse è questo lo scopo del mio lavoro, forse è questo il fine ultimo di tutti i sacrifici che si fanno per insegnare con dignità e professionalità. Già felice per quanto successo, trotterello verso l'istituto tecnico industriale (la terza scuola in cui insegno) per prendere la macchina e tornare a casa, quando mi imbatto in un'altra alunna dell'anno scorso (al centro studi è impossibile non incontrare ex alunni): lei, con la sua spontaneità, la sua allegria e la sua voglia di vivere, in tre secondi ha definitivamente allontanato la tristezza e la sfiducia nel prossimo che mi aveva oppresso in questa ultima settimana. Sentirle dire ad un mio alunno di quest'anno (questi adolescenti di scuole diverse si conoscono tutti, accidenti), 'vi dovete reputare fortunati ad avere la prof, è bravissima', ha definitivamente allontanato ogni dubbio: ci saranno altri giorni negativi, in cui mi chiederò se è umanamente possibile sorbirsi quattro consigli di classe e ricevimenti genitori in un unico pomeriggio, ci sarà lo sconforto di dover correggere due compiti in classe al giorno, ma tutto sarà premiato dal sentire, spero ancora molte volte, parole come quelle di Sofia e di Nicola.


Come vedete, il blog riapre con un vestitino nuovo, che riprende a grandi linee il template precedente, ma con qualche novità. Vi consiglio di leggerlo tramite Firefox (scaricatelo gratuitamente da qui), perchè con Explorer risulta un po' scombinato.
Postato da: superqueen alle 10:18| commenti (49) | p.link

venerdì, novembre 24, 2006
Ci sono alcune rubriche in questo blog che hanno costruito, mese dopo mese, un archivio di tutto rispetto: oltre ai raid dentro il mio armadio e alla dipendenza da borse favolose, mi riferisco naturalmente a 'What Is In My Bag', il reality show che permette a chi lo desidera di mostrare le proprie borse e quel che solitamente contengono. Dando una scorsa alle diverse borse protagoniste, ho notato con mia grande sorpresa come il modello più ricorrente sia la 'Spy Bag' di Fendi, a cui abbiamo già dedicato due puntate. Interamente in pelle (come quella di Nily) o nella variante tessuto monogrammato-pelle (come quella di Eve), sembra proprio che questa borsa sia la più diffusa tra coloro che hanno voluto partecipare al mio 'giochetto' impiccione. La borsa che presentiamo oggi appartiene a Cristina/Kricca, studentessa universitaria nonchè blogger appassionata di moda e di shopping.



Anche questa 'Spy Bag' presenta la variante in tessuto monogrammato (chiamato 'zucca') e dettagli in pelle scura: caratterizzata da manici in pelle intrecciata, volumi importanti e mille taschine/nascondigli (da cui il nome), è una borsa versatile e decisamente alla moda.
Esaminiamo ora il contenuto della borsa:
- una copia di 'Vanity Fair'
- una confezione di Daygum e una di Tic Tac all'arancia
- trousse 'Yoyo' di Pupa (contiene il necessario per il make-up viso/occhi/labbra)
- occhiali da sole con custodia di Gucci
- occhiali da vista con custodia di D&G
- portafoglio Prada color denim
- portachiavi Prada color cobalto
- telefono Motorola Razr V3 Silver
E' interessante notare come una borsa così grande non sia usata, come spesso accade, da portatutto; la selezione del suo contenuto è avvenuta con grande senso pratico: comprende oggetti personali indispensabili (il portafoglio, gli occhiali, il telefono cellulare), altri da utilizzare nel tempo libero (la rivista) o per ritoccare il make-up (il pragmatismo ha portato Cristina a scegliere un unico oggetto che contiene diversi prodotti, togliendo quindi di mezzo le consuete mille confezioni che affollano molte borse femminili, la mia per prima). Il tratto della personalità di Cristina che emerge dalla sua borsa è naturalmente riconducibile alla sua passione per la moda (inutile negarlo: la 'Spy' è una delle cult bags per eccellenza), ma il contenuto esprime la cosa più importante, ovvero quel senso pratico di cui si è già detto, ben saldo nonostante la concessione a piccole frivolezze (il telefono cellulare è argentato, la trousse per il make-up ha la forma accattivante e giocosa di uno yo-yo).
Postato da: superqueen alle 14:09| commenti (12) | p.link

giovedì, novembre 23, 2006
Dopo due post romantici e in qualche modo nostalgici, non poteva mancare questo, dedicato ad uno splendido servizio fotografico, 'Garden of Delights', apparso sul numero di Dicembre di 'Vogue US'. Autore di queste immagini è Steven Meisel, di cui molte volte si è parlato in queste pagine. Artista dallo stile forse eccessivamente manierato, Meisel ha attraversato più di due decenni lasciando un'impronta indelebile nella fotografia di moda e nella storia dell'immagine (celeberrime le collaborazioni di lungo corso con Madonna, Versace e Dolce & Gabbana): spesso geniale lettore della contemporaneità, ha creato un composito microcosmo abitato da ossessioni ricorrenti (il deserto, le foto di gruppo, la decadenza e il disfacimento, il contrasto tra abiti e setting).



'Garden of Delights' è un servizio atipico se messo in relazione al resto della produzione di Meisel: più a suo agio in ambientazioni indoor, egli non ha quasi mai dimostrato interesse o una particolare propensione per le immagini scattate in esterni, specie se gli esterni non includono il deserto californiano o una qualche backyard in rovina. Stavolta, invece, l'iconografia classica legata al giardino e all'ideale di perfezione della natura, viene riproposta con dolcezza e romanticismo. Le immagini, pur non essendo caricate di particolari significati reconditi, si legano in qualche modo alla 'visione' del loro autore, riproponendo alcune situazioni già presenti in 'Red Alert', servizio apparso sulle pagine di 'Vogue Italia' nel 2004.
Iniziamo quindi ad osservare da vicino gli scatti: a sinistra la modella, in piedi in una radura e circondata dal verde e dagli alberi, indossa un abito in raso fucsia di Zac Posen (il cui orlo è completamente formato da rosette in tessuto) e una coroncina di foglie in testa, elemento che richiama la natura che le sta intorno. A destra, invece, Karen Elson (musa di Stefano Pilati) indossa un abito viola di Yves Saint Laurent (non dimentichiamo che la collezione p/e 2007 è ispirata alla violetta, simbolo di modestia e umiltà).



Prima si parlava delle foto di coppia (o di gruppo) come un tratto distintivo del lavoro di Meisel, come dimostrano le due immagini qui sopra: entrambe si sviluppano attorno al tema delle siepi, che vengono in qualche modo 'curate' nel primo caso, o che fanno da giaciglio nel secondo caso (tema presente in 'Red Alert). Nell'immagine a sinistra le modelle - entrambe con corti capelli neri e occhi bistrati - indossano abiti di Oscar de la Renta stampati a papaveri blu, con gonne gonfie, mentre nell'immagine a destra indossano rispettivamente un abito in tulle degradè e uno in pizzo color crema di Marc Jacobs.



Il colore rosso e le sue sfumature dominano le immagini qui sopra, escono quasi dalla pagina per rubare completamente la scena alla natura che fa da sfondo: teatrale ed eccentrico il copricapo a forma di papavero di Philip Treacy Couture, indossato da Gemma Ward, il cui viso da bambola di porcellana si sposa perfettamente all'atmosfera romantica e giocosa dell'immagine. A destra invece l'abito fucsia di Christian Lacroix, ispirato alle corolle del garofano, è come un'esplosione di taffetà plissettato, una sorta di spirale che si fonde alla natura circonstante.



Le sfumature del verde, per contrasto, hanno quasi il potere di mimetizzare gli abiti e gli accessori che vediamo qui sopra con quel che sta loro intorno. Sembrano quasi dei vestiti da Carnevale, a metà tra i costumi dei clown e un artistico omaggio all'arte topiaria (e a quella di Roberto Capucci), gli 
abiti di Christian Dior Couture: le gonne, ampissime, assumono la forma di piccole siepi formate da nastri di tulle ripiegati, che contrastano con i corpetti in seta gialla e viola, oppure gialla, nera e rossa. Piccole opere d'arte infine sono le 'Cabbage Shoes' di Manolo Blahnik, fragili e preziose sculture color verde pallido decorate da foglie di cavolo in seta, simboli di una splendida illusione.

Qui il servizio completo.

 

Postato da: superqueen alle 13:15| commenti (13) | p.link

martedì, novembre 21, 2006


Prendendo spunto da qualche commento al post precedente, oggi io e Una Persona abbiamo dissertato su Gabriella Pescucci, costumista di fama mondiale, nonchè premio Oscar per 'L'Età dell'Innocenza' di Martin Scorsese. Parlando dei costumi di quel film, non ho potuto non provare quel consueto brivido di nostalgia: al di là della struttura e della bellezza formale di quanto narrato, al di là della segreta passione tra l'anticonformista Madame Olenska e il conformista Newland Archer, al di là della fresca ingenuità della bella May Welland, quel che rende il film un'esperienza cinematografica indimenticabile sono proprio i costumi, quel tripudio di corsetti, pizzi, velluti, gioielli antichi, ombrellini e cappelli con veletta, splendide reificazioni dello stile Edoardiano per il quale nutro una vera e propria passione. L'accessorio, tra i molti, su cui si concentra la mia attenzione, ad ogni visione, sono però i guanti, perlopiù bianchi, indossati a più riprese dalle due protagoniste. Pur trattandosi dello stesso accessorio, è interessante notare come assume, per ciascuna di loro, connotazioni diverse:



Lunghi fino al gomito, indossati con uno splendido abito da sera in velluto scarlatto, diventano strumento di seduzione per l'emancipata Madame Olenska, mentre indossati sul tutto bianco sono quasi emanazione della disarmante innocenza di May Welland. Ebbene, questa lunga introduzione per presentare l'ultima acquisizione in campo di guanti:



Lunghi ben oltre il polso, sono realizzati in morbidissima nappa color ghiaccio, un pezzo vintage reperito da lei (raffinata collezionista di guanti) presso 'Miss Ghinting' a Milano. Io, unita a Rose nelle misure minuscole di mani e piedi, ho esultato quando ho sentito parlare di guanti in pelle lunghi oltre il gomito in misura 6 e 1/4; dopo aver visionato il suo acquisto, ho deciso di seguirne l'esempio. Dopo qualche giorno di attesa, il paio di preziosi abiti per le mani è giunto sulle pendici del Grappa e ha reso una persona felice. Quale è la sensazione che si prova ad indossare un accessorio del genere, attuale ma anche irrimediabilmente evocatore di un passato lontanissimo? Il fatto stesso di infilarli è una sorta di cerimonia - bisogna prestare attenzione a non tirare troppo la pelle, ma al tempo stesso a fare aderire bene il guanto alla mano - che assume un'importanza soggettiva ancora maggiore proprio per il fatto di rappresentare, nel corso di una giornata comune e mediamente frenetica, un momento di rarefazione, un omaggio al passato dalla parte più romantica ed edoardiana della mia personalità.
Postato da: superqueen alle 22:16| commenti (20) | p.link

domenica, novembre 19, 2006
Terza parte di una trilogia iniziata con 'The Virgin Suicides' (il rifiuto della vita) e proseguita con 'Lost in Translation' (l'incomunicabilità e la 'chiusura' sentimentale), 'Marie Antoinette' è una festa per gli occhi: una vicenda nota a tutti viene riproposta con vigore e freschezza, grazie alla scelta di affidare alla protagonista il punto di vista principale. Gli intrighi di Versailles, la complessa rete di diritti e doveri, la nobiltà pettegola ed imparruccata vengono narrati attraverso lo sguardo, inizialmente intimorito, poi via via più consapevole e divertito, di una giovane donna amante dell'arte in tutte le sue espressioni. Maria Antonietta, per evadere [1] da un mondo soffocante e formale, diventa lei stessa un'opera d'arte: si circonda di amici giovani e ciarlieri, si crogiola nel lusso frenato che la corte di Francia può abbondantemente finanziare, anestetizza il dolore per la lontananza da casa e i doveri coniugali di cui è caricata tramite un interminabile carosello di feste.

Pur nella sua complessità estetica ed iconografica, 'Marie Antoinette' è un film sull'adolescenza, sulle difficoltà che ogni giovane donna incontra nell'accidentato cammino che la conduce verso l'età adulta. Sofia Coppola ha voluto 'mascherare' questo percorso di formazione dietro un personaggio storico, quello di Maria Antonia, quindicesima figlia di Maria Teresa d'Austria, diventata a soli quattordici anni sposa del futuro re di Francia. La morte di Maria Antonia e la sua 'resurrezione' in Maria Antonietta avviene presso un luogo simbolico, in cui la giovane viene privata di tutto quello che appartiene alla sua vita precedente.



Feste mascherate, feste di compleanno, partite a carte e a roulette: ogni occasione è adatta per una sfarzosa ed eccentrica festa. Lo champagne scorre a fiumi, il cioccolato, i dolci multicolori, imacarons Ladurée impilati l'uno sull'altro, le gelatine di frutta e le torte a più strati compongono una scenografia golosa ed irresistibile. Lo stile di vita condotto da Maria Antonietta e dal suoentourage è quello che qualsiasi adolescente vorrebbe condurre, più simile a quello di una socialite o di una principessa moderna, che non ad una condotta regale. La regina si circonda anche di parrucchieri, modisti, sarti ed artisti, i quali realizzano la sua personalissima 'visione' e contribuiscono alla creazione di un microcosmo protetto e sfrenato: diamanti a profusione (quelli indossati da Kirsten Dunst sono pezzivintage di Fred Leighton), stoffe preziose e abiti da sogno (disegnati da Milena Canonero e realizzati dalla sartoria Tirelli), calzature coloratissime e stravaganti [2] (disegnate da Manolo Blahnik), acconciature monumentali decorate da piume e uccellini.



Quel che viene apparentemente soffocato però continua ad esistere: la regina è una ragazzina inesperta e sostanzialmente sola, invisa ai sudditi francesi e quasi ignorata da un marito imbelle e svagato. I pochi momenti in cui viene ritratta sola coincidono con la disperazione, il dubbio, la nostalgia, e sono questi momenti che contribuiscono a preparare il terreno per la tragedia che si profila al termine della vicenda.



Il film, come si accennava, è una festa per gli occhi, anche grazie al sapiente uso della luce, come già avvenuto nei due film precedenti della Coppola; la parte centrale della narrazione, in particolare, è pervasa da una bella luce dorata, che rende le scene eteree e al tempo stesso calde. I primi piani della regina sono come ritratti informali che restituiscono una dimensione più umana e familiare. Un accenno, infine, alla colonna sonora [3], che pervade, specie nelle battute iniziali, ogni scena: come giustamente messo in chiaro qui, accanto a qualche composizione dell'epoca (Vivaldi, Scarlatti e Couperin), la Coppola ha scelto di accompagnare la vicenda della regina quattordicenne con la musica che lei stessa ascoltava alla stessa età. Gruppi storici dellanew wave anni '80 (gli Adam & and the Ants e i Bow Wow Wow, Siouxsie and the Banshees, i New Order) sono accostati a gruppi moderni (Aphex Twin e Strokes) che però conservano un approccio musicalevintage: il risultato è straniante e coinvolgente.

[1] Un temporaneo distacco dal mondo reale avviene soprattutto quando Luigi XVI dona alla moglie il Petit Trianon, elegante costruzione inizialmente concepita per Madame de Pompadour. Qui e nel villaggio contadino che fa costruire nei dintorni, Maria Antonietta si abbandona all'utopia dell'età dell'oro idealizzata da Jean-Jacques Rousseau.
[2] Tra le molte scarpine in raso indossate dalla regina fanno capolino, ad un certo punto della narrazione, un paio di Converse All Stars lilla, tocco anacronistico che riconduce la vicenda ad una dimensione moderna.
[3] Sofia Coppola reputa il commento musicale imprescindibile dalla narrazione filmica, e questo è palese dall'attenzione quasi maniacale con cui vengono scelti i brani e le musiche da inserirvi. Forse solo Quentin Tarantino dimostra un atteggiamento ancora più ossessivo, a questo proposito.
Postato da: superqueen alle 10:01| commenti (49) | p.link

martedì, novembre 14, 2006


Il rimprovero che mi sono sentita rivolgere più spesso da mia madre è, da sempre, quello di essere indomita, di non ascoltare mai i consigli e di essere troppo indipendente (probabilmente voleva mettermi in guardia dalle difficoltà che lei stessa, indomita, aveva incontrato soprattutto durante la sua giovinezza). Non posso dire di essere stata una ribelle, ho spesso rispettato i dettami dei miei genitori, ma in qualche modo sono sempre riuscita a fare quello che desideravo veramente, anche per quanto riguarda la mia immagine. Il modo in cui mi vesto è da sempre fedele specchio della mia personalità, ma ci sono stati momenti in cui ho sentito la necessità di dichiarare all'esterno, in maniera incontrovertibile, quel che sentivo dentro. L'inizio è stata un'estenuante sessione di ossigenatura e colorazione in blu elettrico di parte dei capelli (allora, negli anni '90, il mio mito era lei e avevo sacrificato volentieri la mia rigogliosa chioma corvina all'erma del rock 'n roll), a cui sono seguiti un piercing all'orecchio (e questo orecchino, mai tolto) e un'infinità di sperimentazioni con make-up e body painting (l'ing ricorda con tenerezza quella volta che mi presentai in centro a Bassano con un iris dipinto sulla coscia). Mancava però un tassello importante al percorso in questione, ovvero un tatuaggio. Dopo anni di proibizioni (da parte dei miei genitori), di minacce (da parte dei morosi di allora) e di timori (tutti miei), finalmente mi sono lasciata tutto alle spalle, ho preso un po' di coraggio e ho superato anche questo ostacolo. Il risultato lo vedete qui sotto: la foto è stata scattata ieri, quando la zona era ancora piuttosto arrossata. Adesso sto spalmando un po' di Gentalyn due volte al giorno e la situazione è decisamente migliorata, anche se la gamba guarirà del tutto nel giro di un mese.



Qualche dettaglio: l'idea iniziale era quella di farmi tatuare gli ultimi due versi di questa poesia sul fianco sinistro, ma ripensamenti vari hanno portato al tatuaggio che ho fatto effettivamente realizzare. La frase è tratta da un romanzo a cui sono particolarmente legata e ha assunto sin da subito un significato profondo e personalissimo (aggiungo solo che è una riflessione sulla patofobia di cui soffro), una sorta di memento che ho voluto ben impresso sul mio corpo. Una volta completato il lavoro, ho molto apprezzato il giudizio espresso dal tatuatore, secondo il quale questa frase, sistemata in questa specifica posizione (non richiesta dalle donne, secondo la sua esperienza) è come 'un pugno di ferro in un guanto di velluto', un messaggio di forte impatto che la dice lunga sulla mia personalità, nascosta dietro 158 cm di altezza e piedi minuscoli.
Postato da: superqueen alle 17:19| commenti (134) | p.link

giovedì, novembre 09, 2006
Non ho mai nascosto la mia più profonda antipatia nei confronti dello stile e del modus vivendi rappresentato da Roberto Cavalli, quel suo voler mettere a nudo a tutti i costi il corpo femminile, ricoprendolo per lo più di stoffe animalier, quell'attorniarsi del fior fiore del vippame italico e non, quell'ostentazione un po' cafona assurta a simbolo. Affidando però la campagna pubblicitaria a/i 2006/2007 alla coppia Mert Alas-Marcus Piggott, lo stilista toscano ha messo a punto una vittoria inaspettata. I due fotografi, ispirandosi al genio insuperato di Helmut Newton, hanno realizzato una serie di scatti intensi, densi di significato e di rimandi alle sperimentazioni visive degli anni '70. Protagoniste sono Daria Werbowy (già volto di Prada, Chanel e Lancome) e Du Juan, già Miss Cina 2003 e volto dell'ultima campagna Vuitton.



Le due modelle, truccate come le affascinanti protagoniste di questo video, sono impegnate in un passo di tango tra le strade illuminate di Parigi. Formano una coppia transgender [1], dove Daria è la donna (abito lungo e capelli sciolti, secondo tanta iconografia di genere) e Du è l'uomo (pantaloni e capelli raccolti).



Almeno due sono le immagini di Newton (entrambe realizzate nel 1974) a cui questo scatto rende omaggio: la prima è intitolata 'Lisa Fleeing, Key Biscane, Florida' ed è incentrata su una figura femminile vestita di tulle rosa che attraversa a grandi passi un prato, in ambientazione notturna. Il buio è attraversato da tante scie luminose sullo sfondo, come accade nella foto di Mert & Marcus. La seconda invece è stata realizzata per l'edizione americana di 'Vogue' e vede due modelle di bianco vestite, ritratte mentre danzano sulle pendici di un vulcano sull'isola di Maui, nelle Hawaii.



Daria viene qui rappresentata come una sorta di Mircalla del nuovo millennio, seducente ed altera, che si aggira tra le luci della città alla ricerca di prede. Indossa solo un mantello di velluto e pelliccia e uno slip nero, abbigliamento che rievoca in maniera inequivocabile una delle immagini più controverse di Newton, ovvero 'Laura  in a Fox Cape', scattata in Avenue Georges V, a Parigi nel 1974 (è affascinante notare la carica eversiva contenuta in un'immagine come questa, soprattutto se teniamo in mente che è stata realizzata più di trent'anni fa).



L'immagine fa parte di una serie ambientata a Parigi nel 1974/75 (di cui fa parte anche questa, celeberrima, scattata per 'Vogue France' in rue Aubriot), in cui la nudità, probabilmente per la prima volta nel mondo dell'immagine, veniva esibita in maniera così raffinata e al tempo stesso oltraggiosa. La nudità non era più relegata ai confini del porno, ma diventava un tema trasversale, quasi mainstream, specialmente nel momento in cui alcune di queste immagini apparvero su una 'rivista specializzata' come 'Vogue France'.


Di nuovo la coppia formata da Daria e Du, abbigliate, come avevamo notato precedentemente, secondo canoni maschili (ma l'ampio collo di pelliccia e la fibbia dorata della cintura tradiscono la vera identità) e femminili. Questa immagine rievoca un'altra realizzata da Newton sempre per 'Vogue France' nel 1970.



Due donne bellissime, altere nel loro abbigliamento di foggia militaresca (e questo andrebbe a rispecchiare l'uniforme del soldato alle loro spalle) e segnato da echi s&m (specie per quanto riguardo gli shiny boots), portano al guinzaglio due pastori tedeschi. E' speciale la simmetria assoluta presente in questa foto: le due donne sono voltate dalla stessa parte, camminano allo stesso passo, tengono i cani alla propria sinistra, in un'ottica di rigore bellico e sensuale allo stesso tempo.



Tra le immagini più belle e suggestive dell'intera campagna c'è questa, dove Daria, in soprabito profilato di pelliccia, si intravvede attraverso una vetrina, in cui campeggia un manichino femminile nudo. Questo scatto potrebbe benissimo essere opera di Newton, se questi fosse ancora vivo: da notare la curva della gamba della modella, calzata d'oro, che riproduce la curva della gamba del manichino, in un gioco di rimandi molto interessante. Chi conosce la produzione del fotografo tedesco, conoscerà le molte fotografie realizzate con manichini o con modelle e manichini (la copertina di questo libro ne è un esempio).

Anche quest'ultima immagine in qualche modo ripropone la posa presente nell'immagine precedente, in un meccanismo di autoreferenzialità che conduce necessariamente al passato.

[1] Tema presente anche in alcune foto di Newton (come questa, che vede tra le protagoniste la top model Gia Carangi).
Postato da: superqueen alle 14:01| commenti (24) | p.link

martedì, novembre 07, 2006
Dopo esserci lustrate gli occhi con la sontuosa collezione di Lucia, eccoci ad un'altra puntata di 'What Is In My Bag', nella quale ritroviamo colei che ha contribuito in maniera determinante a questa rubrica, ovvero Alice (alla quale, ricordiamo, abbiamo già dedicato ben tre puntate), cara amica, artista eclettica ed amante del bello in tutte le sue forme. Mi piace parlare delle borse di Alice perchè, al di là dell'estetica, nascondono tutta una serie di oggetti che parlano della loro proprietaria in maniera molto precisa, così come accade per quel che viene fotografato assieme alla borsa. Nell'immagine qui sotto, ad esempio, trovo affascinante quel che sta intorno alla borsa - la carta da parati sui toni del grigio perla, la bambolina di cartapesta appoggiata su una cassapanca impreziosita da un lavoro a filet, e soprattutto quella sedia dalla foggia antica dipinta di azzurro e decorata a decoupage da un profluvio di fatine alate, campanule e magnolie - quel mondo esteriore che rispecchia una personalità sensibile e spiccatamente artistica.



La borsa - sul cui acquisto io e Alice abbiamo dibattuto a lungo - è un modello 'bucket' di Gucci, appartenente alla collezione a/i 2006/07: realizzata nel classico tessuto monogrammato, è ricamata con una composizione autunnale (due amanita muscaria campaggiano tra ramoscelli blu) ed impreziosita da un charm in metallo smaltato a forma di funghetto (qui i dettagli); ha lunghi manici in pelle e ha l'interno (che vedremo tra poco) con taschina chiusa da zip.
Qui sotto ecco il contenuto della borsa:



- astuccio in spugnetta verde e rosa Juicy Couture
- trousse dorata di Yves Saint Laurent, su cui sono appoggiati un rossetto 'Hydrabase' Chanel, un mini-mascara 'Inimitable' e un 'Juicy Tube' Lancome nella tonalità 'Groseille'
- portafoglio Furla in pelle nera con decorazione smaltata a forma di ciliegie (da cui Alice non si separa mai)
- cellulare Motorola Razr V3 Pink con strap-phone realizzato da lei
- due penne
- scatolina di metallo con angeli Fiorucci, contenente caramelle
- scatolina di metallo a forma di cuore (regalo del suo 'scultore')
L'interno della borsa è foderato in una stoffa stampata con motivo di staffe verdi e amaranto e contiene uno dei 'ferri del mestiere' di Alice, ovvero un blocco di carta, su cui lei disegna e prende appunti. In questo caso, sul blocco troviamo un dolcissimo disegno che ritrae la protagonista del romanzo di L. Carroll, dalla quale la nostra amica ha mutuato il proprio nickname.
Non è come aprire uno scrigno prezioso? Trovare un disegno vero, non un'elaborazione grafica, in una borsa in qualche modo classica come questa, è come un memento di quello che si può creare con la propria mente e le proprie mani, abilità che ben pochi di noi conservano.
Postato da: superqueen alle 14:44| commenti (19) | p.link

venerdì, novembre 03, 2006
Osservando quanto è sfilato sul red carpet degli MTV Europe Music Awards a Copenaghen, edizione 2006, si può facilmente giungere alla conclusione che non esistono più i red carpet (e gli show di premiazione) di una volta. Senza voler necessariamente rinverdire i fasti di edizioni di successo (su tutte quelle svoltesi in Italia, a Milano nel 1998 e a Roma nel 2004), ci si è trovati davanti una situazione davvero desolante: le star più attese (compresi Madonna, Red Hot Chili Peppers, Robbie Williams e Christina Aguilera) non si sono presentate, e le celebrità presenti, danesi e straniere, non hanno dato il lustro richiesto alla manifestazione, presentata da Justin Timberlake.



Colei che fa portato una ventata di glamour e di stravaganza è stata Nelly Furtado, la quale, nonostante la recente virata verso l'r&b, ha reso omaggio alla sua anima più folk, presentandosi con uno splendido abito DSquared in raso color rosa cipria, completamente scollato sulla schiena, 'accessoriandolo' con bellissimi tatuaggi di hennè su entrambe le braccia. Un look anticonformista eppure modernissimo, completato da un make-up incentrato sugli occhi, abbondantemente bistrati, da una pettinatura raccolta e da grandi orecchini chandelier alle orecchie.



Rihanna, vincitrice come miglior artista r&b, ha sfoggiato un look sexy e sbarazzino, indossando un miniabito firmato Cavalli completamente ricamato di paillettes dorate e argentate e un paio di peep toe shoes nere. I capelli, lasciati sciolti e ricci, completano alla perfezione un insieme semplice ma d'effetto.



Rihanna si è anche esibita durante la manifestazione, vestendo stavolta panni decisamente più succinti, tra 'Cabaret' ed 'Erotica': il bustier nero, poco sgambato, è stato indossato con un frontalino bianco e cravatta, e completato da stivaletti stringati alla caviglia e lunghi guanti senza dita neri.



Veniamo ora alle note dolenti. Juliette Lewis, abbandonata pressochè del tutto la carriera di attrice, è ormai diventata un'apprezzata rocker. Non capisco in base a quale sadico meccanismo abbia abbandonato il look sfoggiato fino a qualche mese fa - frangetta sbarazzina e body colorati - per cadere in uno stile dal quale, temo, non farà più ritorno. Più che a tubo, quest'abito blu si potrebbe definire 'a sacco': privo di qualsiasi forma, è profilato sul davanti da una fila di paillettes argentate, mentre dietro lascia la schiena scoperta, salvo per due misere fascette; ai piedi stivali dall'incongruo tacco 'a pinna', e sulla fronte un tragico accessorio: una fascia in strass che immagino essere omaggio alla copertina della sua ultima fatica discografica, ma unita a tutto il resto diventa patetica.



Cassie, new sensation r&b dalle doti canore piuttosto discusse, è giunta sul red carpet indossando un abitino senza pretese, in jersey grigio antracite, segnato in vita da un'alta fascia bianca, accessoriandolo con sandali neri e pochette grigia. Ricchi di brilli la collana di diamanti al collo e gli orecchini chandelier, mentre la pettinatura - bandeau che copre un occhio - è ormai un classico dell'estetica r&b.



Sul palco Cassie si è presentata con un altro completo prevedibile: pantaloni a vita alta infilati negli stivaloni d'ordinanza, reggiseno a vista e bolero corto in vita. Il filo di diamanti ancora al collo è un tocco di trascurabile raffinatezza.



Concludiamo questa penosa carrellata con le Sugababes, un trittico che quest'anno si è sapientemente limitato ad indossare capi neri, senza pericolosi tocchi di colore. Così - tra il mortorio, il trash e il tragico (come altro definire la vittoria dei Finley come 'Best Italian Act'?) si conclude uno show dimenticabile, che ha visto come picchi di spettacolo la pelliccia da orso polare artico di Snoop Dogg, il cappello da cosacco di Pharrell Williams e le squame dei Lordi.
Postato da: superqueen alle 14:10| commenti (49) | p.link

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