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giovedì, agosto 30, 2007
Si è appena inaugurata la 64a edizione della Mostra del Cinema a Venezia, e già i nostri attenti occhi si sono concentrati sul tappeto rosso. Come più volte messo in chiaro, il più famoso e longevo festival cinematografico nostrano da anni non brilla per particolare originalità (e buon gusto) di scelte stilistiche da parte di coloro che vi partecipano: basta dare un'occhiata a quanto visto durante il suo svolgimento per capirlo.

Dopo una decima giornata piuttosto incolore e trascorsa in attesa del gran finale, con l'8 settembre si è conclusa la rassegna cinematografica veneziana. L'assegnazione dei Leoni d'Oro ha visto la vittoria di Ang Lee per 'Lust, Caution', premiato come miglior film, mentre a Brian De Palma è andato il riconoscimento per la migliore regia. La Coppa Volpi per miglior attore è andata a Brad Pitt (non presente alla cerimonia) e quella per la miglior attrice è andata a Cate Blanchett, per la sua interpretazione in 'I'm Not There'. Vista l'assenza dell'attrice a Venezia, il suo premio è stato ritirato da Heath Ledger, tra i protagonisti dello stesso film. Ora, io capisco l'atmosfera festivaliera e - probabilmente - vacanziera, ma presentarsi conciato come il peggior turista americano sul palco per ritirare un premio è davvero un'offesa al decoro e al buon gusto: bermuda scoloriti, maglietta gialla nascosta sotto gilet e giacca di due colori diversi, calzini a righe e stringate impolverate ai piedi, zainetto (!) sulle spalle, cappellino e occhiali, davvero troppo.
Riprendiamoci da questo delirio stilistico osservando invece quello che ha indossato Hafsia Herzi, giovane attrice francese, vincitrice del premio Mastroianni per il suo ruolo in 'La Graine et le Mulet' diAbdellatif Kechiche (il film ha ricevuto un premio speciale della giuria).




Hafsia è senz'altro una parvenu del tappeto rosso, eppure ha dimostrato una sicurezza invidiabile nello scegliere il look che meglio le si addiceva. Ha messo in risalto la sua carnagione ambrata con un bell'abito bianco, semplicissimo ma caratterizzato da un fitto drappeggio sul seno; niente tacchi ma un paio di gladiator sandals ai piedi, niente make-up ma capelli sciolti e bellissima collana etnica in argento al collo. Il risultato è giovane e fresco, per niente artefatto e rispettoso della personalità dell'attrice.

Il Festival si sta velocemente avviando verso la sua conclusione, ma le sorprese sul red carpet non vengono meno. Durante la nona giornata sono stati presentati diversi film, tra l'italiano 'L'Ora di Punta', diretto da Vincenzo Marra, un'ordinaria storia di corruzione. Tra i protagonisti del film c'è anche Giulia Bevilacqua, giovane attrice romana, attualmente sugli schermi televisivi con 'Distretto di Polizia 7'. L'apparizione della Bevilacqua sul tappeto rosso mi ha stupita perchè è stata davvero impeccabile: la scelta dell'abito è piuttosto convenzionale (abito in seta nero, con decori di perline sul decollète e sul fiocco che stringe la vita), eppure l'attrice l'ha indossato con tanta grazia ed eleganza da risultare bellissima. Trovo particolarmente azzeccata anche la scelta dell'acconciatura (un alto chignon), mentre, al posto suo, avrei scelto qualche piccolo gioiello da indossare (orecchini a bottone in diamanti, giusto per dare un po' di luce all'insieme, o magari un braccialetto rigido).



Altra scelta appropriata è stata quella compiuta dall'attrice taiwanese Kelly Lin, protagonista di 'Shentam' ('Mad Detective'), un classico hard boiled nello stile di Hong Kong. Kelly ha un fisico sottile e un volto dalle fattezze delicate, esaltate da un bell'abito da sera firmato Versace (collezione a/i 2007/2008).



Realizzato in chiffon, ha il corpino completamente plissettato e decorato da tessere in plastica colorata, applicate in modo da formare un motivo geometrico; la gonna, su cui sono inseriti dei pannelli, si apre ampia sul fondo. La Lin, a differenza della Bevilacqua, ha scelto qualche semplice accessorio - una pochette rigida e un paio di orecchini pendenti.
Chi ha davvero fatto la scelta sbagliata al momento sbagliato è stata Fanny Ardant, attrice francese (tra i protagonisti di 'L'Ora di Punta') che solitamente si distingue per uno stile elegante e signorile. Ora, non so se l'Ardant abbia voluto fare la 'supergiovane', ma l'abito in questione (firmato Dolce & Gabbana, anch'esso parte della collezione fetish a/i 2007/2008) è quanto di peggio avrebbe potuto indossare. Già addosso alla modella non è un granchè, con tutto quel tulle color carne che male si accosta al semplice tubino beige, ma addosso all'Ardant diventa un disastro, peggiorato dall'ormai famosa cintura in metallo, chiusa con tanto di chiave e lucchetto. Concludono poi l'opera quei due fiori in tessuto, applicati così sul decollète, senza che ce ne fosse davvero bisogno. Mah, questa volta l'Ardant ha davvero preso un granchio, ma speriamo riesca ad affrancarsi dall'influenza del diabolico duo D&G.

L'ottava giornata è stata tutta dedicata all'attesa consegna del Leone d'Oro alla carriera a Tim Burton. Giunto in Laguna accompagnato dalla moglie, Helena Bonham Carter (in avanzato stato di gravidanza), Burton ha ricevuto il premio da Johnny Depp, l'attore che più di ogni altro ha incarnato lo spirito gotico ed onirico del suo cinema (ricordiamo che i due hanno girato insieme ben cinque film insieme, senza contare la voce prestata a Victor Van Dort in 'The Corpse Bride'). Ora, non per fare inutili polemiche, ma qualcuno cortesemente mi spiega che ci facevano sul tappeto rosso personalità del calibro di Tiziana Rocca e Pamela Prati? No, perchè a questo punto l'anno prossimo mi avvolgo nel tulle o nel domopak e mi butto in passerella anch'io.
Ma veniamo a quanto di interessante si è visto durante le premiere della giornata. La più elegante è stata senz'altro l'attrice madrilena Pilar Lopez de Ayala, protagonista del film 'En la Ciudad de Sylvia', ambientato a Strasburgo e diretto da
José Luis Guerín.



Le attrici lungimiranti e di buon senso hanno capito che un abito nero è sempre una garanzia, quindi anche la Lopez (come la Cassel) è andata a colpo sicuro. Dopo aver sfoggiato un look Chanel più sbarazzino durante il photocall mattutino (da notare l'originale cintura con fibbia a forma di orologio), per la sera ha optato per un abito da gran sera: caratterizzato da scollatura all'americana, è realizzato in seta e chiffon, ha la gonna impreziosita da ramages ricamati a perline e paillettes e da un piccolo strascico. Accessori minimali - una pochette lucida e un bracciale in diamanti - completano un insieme impeccabile, non eccentrico ma perfettamente misurato ed adatto all'occasione.

L'attenzione della stampa e del pubblico, durante la settima giornata, è stata tutta per la nuova fatica di Todd Haynes, 'I'm Not There', eccentrica biografia di Bob Dylan (in cui diversi attori - maschi e femmine - interpretano altrettanti aspetti della vita e del lavoro del cantante statunitense). Per presentare il film, oltre al regista, sono intervenuti Richard Gere, Heath Ledger (fresco di separazione dalla moglie Michelle Williams) e Charlotte Gainsbourg.
So già che la mia decisione di includere la Gainsbourg tra le meglio vestite del Festival incontrerà dissensi (come già successo, e non solo in questo blog), ma al cuore non si comanda e quando vedo una giovane donna vestita in maniera così rigorosa e anticonvenzionale, mi faccio prendere dall'ammirazione incondizionata.



Fedelissima allo stile Balenciaga, stavolta la Gainsbourg abbandona mise che arrivano dritte dalla passerella, optando per un completo classico, perfetto nel bilanciamento delle proporzioni: tanto il gilet, indossato a pelle e fermato in vita da una sottile cintura, è smilzo, quanto sono importanti i pantaloni, a mio parere vero fulcro dell'intero look. Quando tutte si ostinano ad indossare pantaloni aderenti o comunque dalla linea asciutta (e sottolineo tutte), l'attrice francese ha scelto pantaloni che ricordano le linee anni '70: fino al ginocchio sono accostati alla gamba, ma poi si aprono a campana sul fondo. La sobrietà del completo viene spezzata da un bel foulard a righe bianche, rosse e blu (anche questa fantasia richiama i Seventies), e da accessori colorati, ovvero un alto bracciale rigido e una borsina, entrambi punteggiati da grandi pois in smalto. La bellezza canonica non sarà caratteristica della Gainsbourg, ma quanto ad eleganza e a personalità, penso che poche altre possano superarla.
Lo spazio dedicato alla 'piccola bottega degli orrori' oggi vede protagonista Heath Ledger, il quale si presentato sul tappeto rosso non soltando sfoggiando un look che definire raffazzonato è poco, inforcando i triti e ritriti ( e decisamente fuori luogo) Wayfarer Ray Ban rossi, ma anche mangiandosi le unghie, imperdonabile. Non posso poi non parlare dell'incomprensibile presenza di una roba ricoperta di stagnola rosa, che passa all'anagrafe sotto il nome di Valeria Marini. Davvero un Festival del Cinema ha bisogno della sua presenza in passerella?

La sesta giornata ha visto la presentazione, in anteprima mondiale, del nuovo, attesissimo film di Wes Anderson, 'The Darjeeling Limited', che vede tra i protagonisti, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Owen Wilson, Anjelica Houston e Bill Murray (due attori-feticcio per il cineasta americano). Il film, scritto a quattro mani assieme a Roman Coppola, narra il bizzarro viaggio in India di tre fratelli che non si parlano da anni, e che approfitteranno dell'avventura per riallacciare i rapporti tra di loro. Oltre al regista, al Lido è sbarcata parte del clan Coppola: Roman, fratello di Sofia, assieme alla madre Eleonor, e Talia Shire, tra gli indimenticabili protagonisti della saga del 'Padrino', zia di Roman, nonchè madre di Schwartzman.
Inoltre, si è tenuta la prima di '
Tai yang zhao chang sheng qi' (tradotto come 'The Sun Also Rises'), diretto dal regista cinese Wen Jiang, una serie di storie collegate tra loro, che si svolgono in diverse parti del paese. Curioso notare come le tre protagoniste (Joan Chen, Kong Wei e Zhou Yun) abbiano calcato il tappeto rosso indossando abiti sui toni del verde.



Kong Wei ha optato per un abito Versace in chiffon (splendido se gonfiato dal vento), in una delicatissima tonalità naturale, a metà tra il sabbia e il verde pallidissimo. Semplice nella costruzione (il corpino è formato da fasce plissettate incrociate tra di loro), quanto complesso nell'effetto, è un abito piuttosto scenografico, 'interpretato' alla perfezione dall'attrice asiatica, che ha scelto gli accessori giusti per completare il look (una clutch bag rigida tempestata di strass, più delicatissimi orecchini, collana e bracciale in diamanti).



Un abito più strutturato, invece, quello scelto da Zhou Yun: caratterizzato da bustier, punto-vita ben segnato e gonna a pannelli che si apre sul fondo, è realizzato in raso operato color smeraldo, un colore che si adatta perfettamente alle caratteristiche cromatiche di colei che lo indossa. Il vibrante colore degli smeraldi torna nel preziosissimo completo sfoggiato per l'occasione, formato da collier con diamanti e bracciale rigido.
Ultimo evento della giornata è stata la prima di 'The Hunting Party' di Richard Shepard, a cui sono intervenuti i protagonisti: Richard Gere (al fianco della moglie Carey Lowell), Terrence Howard e la bellissima Diane Kruger. Il film narra le vicende di due giornalisti e un cameraman che partono alla volta della Bosnia Erzegovina sulle tracce di un pericoloso criminale di guerra; i problemi iniziano quando vengono scambiati per una squadra della Cia.



L'attrice non ha sconfessato la sua fama di donna di classe, indossando uno splendido abito bianco di Elie Saab (collezione Haute Couture a/i 2007/2008), un trionfo di panneggi e fasce incrociate sul seno, alternate ad altre fasce ricoperte di glitter argento. Semplicemente radiosa in una mise già così importante, la Kruger ha aggiunto solo un paio di orecchini di diamanti come accessori, che hanno ulteriormente illuminato un insieme di per se perfetto.
Le 'celebrità' italiane non hanno mancato nemmeno oggi l'occasione di rendersi ridicole di fronte al mondo intero: qualcuno dica alla coppia Base-Rocca che la ragazzina in bermuda ed infradito sul red carpet, ecco, forse sarebbe meglio evitare, e qualcun altro dica a Luca Calvani che non è più a Cayo Cochinos, quindi questo suo look da naufrago è quanto mai inopportuno.

Durante la quinta giornata l'attenzione di stampa e pubblico si è catalizzata attorno a due film, che hanno portato al Lido star di prima grandezza. 'Cassandra's Dream', il nuovo film di Woody Allen, è una parabola incentrata sul delitto e il castigo, che vede protagonisti due fratelli, interpretati da Colin Farrell e Ewan Mc Gregor. Per 'The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford' di Andrew Dominik, invece, è scoppiata la 'Brangelina-mania', visto l'arrivo di Brad Pitt (che nel film interpreta Jesse James, il famoso fuorilegge) e di Angelina Jolie. Prima di proseguire, parliamo subito di lei: questa donna ha qualche serio problema di salute e vederla così emaciata è davvero triste. Inoltre, ricordo con nostalgia i tempi in cui la nostra si presentava agli eventi mondani sfoggiando un look aggressivo e di carattere: ora sembra una versione meno attempata di Franca Ciampi (come ha giustamente osservato lui). Il vestito scelto per l'occasione è banale (pizzo nero su bianco), così come lo sono gli accessori (perle attorno al collo e ai lobi, che noia), per non parlare della pettinatura (una 'cofana' che fa cadere le braccia). Capisco che la Jolie ormai abbia preso più a cuore il suo impegno come madre e ambasciatrice umanitaria, che non pensi più di tanto alla sua carriera e al suo look, ma - diamine - vestirsi da ottantenne non mi sembra una mossa azzeccata.
Di nuovo a Cecile Cassel, quindi, il compito di risollevare le sorti stilistiche della serata. La giovane attrice francese, presente alla festa in onore di Woody Allen, ha indossato un altro abito nero, stavolta firmato Gucci, a mio parere il più bello finora sfoggiato.



La linea dell'abito ricorda gli anni '40: realizzato in seta, si apre sul decollète con una scollatura ampia, ma è chiuso al collo da qualche bottoncino; ha le maniche lunghe e leggermente montanti ed è segnato in vita da un'alta cintura in metallo dorato. Accessori come sempre minimali - una semplice pochette dorata e orecchini pendenti in oro - e pettinatura altrettanto semplice - un mezzo raccolto - completano una mise a mio avviso perfetta, una lezione di stile che molte signore del Festival dovrebbero seguire.

Anche la quarta giornata si è rivelata densa di appuntamenti molto attesi. Sono stati presentati in anteprima i nuovi film di Paul Haggis ('In the Valley of Elah', una vicenda incentrata sul difficile ritorno a casa dei soldati americani che hanno combattuto in Iraq), di Ken Loach ('It's a Free World') e di Eric Rohmer ('
Les Amours d'Astree et de Celadon', romantico dramma pastorale).
La diva della giornata, protagonista del film di Haggis, è stata senz'altro Charlize Theron, donna bellissima ed attrice di grande carattere, esempio di eleganza statuaria e naturale. Dopo aver incantato i fotografi, durante il photocall mattutino, indossando un abito in pizzo di Collette Dinnigan (già visto addosso a Kate Bosworth e Nicole Richie), ha ammaliato la platea della premiere con un abito molto particolare, firmato Atelier Versace.



Charlize ha il fisico e la personalità adatti per un abito così importante: formato da un corpino profondamente scollato e sorretto da sottili spalline, si apre con una gonna multistrato in tulle oro e nero tagliato a petali. Nessun accessorio - a parte un paio di orecchini in diamanti - è stato scelto per non oscurare la ricchezza del vestito. Questo penso sia un classico esempio di abito 'pericoloso': addosso ad un'altra sarebbe stato un disastro totale, ma su Charlize è da sogno.
Altra attrice che si è distinta sul tappeto rosso è stata, di nuovo, Cecile Cassel, intervenuta alla prima del film di Rohmer. L'attrice francese ha indossato un abito nero molto semplice, che dimostra come la classe davvero non sia acqua (e tra poco capirete perchè).



Cecile ha uno stile sobrio (in due giorni l'abbiamo vista indossare solo abiti neri), è elegante, non esagera con le decorazioni e gli accessori, risultando sempre perfetta. L'abito scelto oggi è mosso in vita e sui bordi da una frangia di piumette tono su tono, che danno un po' di movimento all'insieme e lo svecchiano (mi piace anche il modo in cui si apre leggermente sulla schiena); azzeccata anche la scelta degli accessori (decollète color champagne di Christian Louboutin, bracciale ed orecchini di diamanti). La Cassel è andata sul sicuro con un altro little black dress, e chissà, forse anche queste celebrità nostrane pensavano di fare una scelta a prova di bomba, con risultati invece disastrosi. Iniziamo con Anna Valle, strisciata dal sasso sotto cui si è nascosta per diverso tempo, per apparire con un delirio fatto vestito: pizzo, scollatura e nappine sul fondo, troppo per il mio debole cuore. E vogliamo parlare della coppia Claudia Gerini/Federico Zampaglione? Lei ha addosso praticamente una t-shirt nera (con la lunghezza ci siamo), e lui non si tira indietro quando a burinità, mettendo sul piatto collanine a profusione e fascia tra i capelli (no, davvero, sto per avere un mancamento). Quando poi arriva Patrizia Pellegrino con il suo allegro vestitino zebrato, quasi tiro un sospiro di sollievo.

La terza giornata è stata ricchissima di prime visioni ('Nessuna Qualità agli Eroi' di Paolo Franchi, 'Michael Clayton' di Tony Gilroy e 'Redacted' di Brian De Palma, riflessione sull'influenza dei mezzi di comunicazione nella guerra in Iraq). Di contro a tante novità, però, non ci sono state apparizioni degne di nota sul red carpet: l'unica che mi sento di segnalare è Cecile Cassel, tra i protagonisti del film di Franchi.



L'attrice francese, dallo stile molto misurato, non ha scelto una mise particolarmente originale, eppure l'effetto finale è delizioso. Trovo elegante l'abito nero in seta, caratterizzato da piccolo collo a cratere e da due volant che movimentano i fianchi; azzeccata anche la scelta dell'alta cintura con fibbia rettangolare, che segna il punto-vita. Gli accessori scelti sono stati una pochette dorata, sandali peep toe neri e orecchini pendenti a goccia; acconciatura raccolta e trucco minimale completano il tutto.
Un tocco di glamour però non è mancato, grazie alla festa organizzata da
Jaeger Le Coultre, marchio di spicco nel panorama dell'orologeria di lusso. Tra gli invitati, la più bella è stata senz'altro Diane Kruger, ex-modella ed attrice di una certa fama, la quale ha scelto un look sbarazzino ma raffinatissimo allo stesso tempo.



Una pioggia di paillettes nere ricopre il miniabito con scollatura a canottiera profilata in tulle e gonna formata da due piccole balze, indossato con grazia. Una pochette nera, preziosi fermagli di diamanti appuntati tra i capelli biondi acconciati ad onde e un trucco che mette in risalto gli occhi sono gli unici, irrinunciabili accessori scelti.
Grande scivolone, mi duole dirlo, quello compiuto da Tilda Swinton, tra i protagonisti di 'Michael Clayton', la quale si è presentata sulla passerella indossando un informe abito nero con maniche ampie e passamaneria centrale, una sorta di sacco senza personalità che non ha assolutamente messo in risalto la sua bellezza elisabettiana. Scelta poco felice anche quella compiuta dalle due protagoniste di 'Far North', Michelle Yeoh e Michelle Krusiec: non so cosa stessero pensando i loro stylist quando hanno scelto gli abiti da far indossare per l'occasione. La Yeoh veste un abito viola (e vabbè) che si apre a goccia sullo stomaco (questo dettaglio mi lascia perplessa), mentre la Krusiec sembra soccombere sotto quell'ammasso di seta fiorata, drappeggiata e segnata da volant. La prossima volta, un tubino nero per tutte e due e non se ne parla più.

La seconda giornata del Festival ha visto il debutto di due film molto attesi: 'Se Jie' ('Lust, Caution') di Ang Lee e
'Sleuth' di Kenneth Branagh, sceneggiato dal premio Nobel Harold Pinter. Il film del cineasta taiwanese segna il ritorno ad una storia (un thriller, per la precisione) ambientata, durante la Seconda Guerra Mondiale, a Shanghai, dove si intrecciano le vicende di una giovane donna e di un politico. Alla prima è intervenuta Michelle Yeoh, protagonista di un altro film presentato oggi ('Far North' di Asif Kapadia): l'attrice ha finalmente abbandonato lo stile iperdecorato di Roberto Cavalli, sfoggiato in diverse occasioni, e ha optato per una scelta molto particolare, un capo Dolce & Gabbana tratto dalla collezione 'fetish' a/i 2007/2008.



La Yeoh ha una struttura corporea sottile, quindi ritengo che questo tubino in tessuto dorato goffrato, segnato in vita da un'altissima cintura-bustino in metallo chiusa da doppio lucchetto, le stia alla perfezione. Non ci chiediamo a quali sacrifici di postura si sia dovuta sottoporre l'attrice, ma il risultato è senza dubbio piacevole. Semplicissimi gli accessori scelti per completare un abito importante come questo: una pochette argentata, decollète laminate e orecchini sottili a cerchio.
E ora, un attimo di raccoglimento. Per la prima (e probabilmente ultima) volta, sulle pagine di questo blog, in un post dedicato ad un red carpet, la sottoscritta inserisce un esempio maschile di eleganza e buon gusto. Guardando le immagini della premiere di 'Sleuth', non mi sono potuta esimere dall'indicare in Jude Law the ultimate example di quello che vuol dire, oggi, vestirsi in maniera formale ma non ingessata. In un'epoca in cui l'unisex domina su quella che un tempo era la netta divisione tra stile maschile e stile femminile, vedere un giovane come Law vestirsi nel rispetto delle regole è confortante.



Semplice ma d'effetto il look sfoggiato dal bell'attore britannico: completo formato da giacca a due bottoni e pantaloni classici, in grigio antracite, camicia bianca e sottile cravatta color grigio perla. Il risultato è rilassato ed elegante, perfetto per un'occasione importante, ma rispettoso dello stile personale di Law.
Non sono chiaramente mancati i disastri sul tappeto rosso, di cui ormai si fa portavoce Marina Ripa di Meana: dopo averci tramortito con una nuvola di tulle nero e rosso, oggi ci stordisce con una sottoveste candida e cappellino rotante lilla, su cui campeggia - incongruamente - un sabot. Altro passo falso è stato quello compiuto da Lindsay Brunnock, moglie di Kenneth Branagh: quella cinturona in pelle con coccarda, che campeggia sull'abito in jersey, è quasi un crimine contro l'umanità.

L'inaugurazione della manifestazione è stata affidata ad 'Atonement', film diretto da Joe Wright e tratto dall'omonimo romanzo di Ian Mc Ewan; alla premiere sono intervenuti i suoi protagonisti, tra cui Keira Knightley, la star più attesa, la quale, nonostante la magrezza eccessiva, ha senza dubbio vinto il premio per la più bella della serata.



L'attrice inglese, dopo essere diventata testimonial del profumo 'Coco Mademoiselle' di Chanel, ha assunto automaticamente il ruolo di ambasciatrice della maison francese. Al photocall pomeridiano ha indossato un vestito bianco e blu della collezione Resort 2008, mentre per la sera ha scelto un bellissimo abito rosa tenue della collezione Haute Couture Fall 2007, una nuvola di tulle ricamato fittamente con perline e fili d'argento, segnato in vita da un fiocco in velluto. Molto suggestiva anche la pettinatura, un raccolto morbido punteggiato da fermagli a forma di stelle.
Una scelta di abito azzeccata riguarda un'altra attrice inglese, Joely Richardson, giunta al Lido assieme alla madre, Vanessa Redgrave, tra i protagonisti del film di Wright.



Anche lei, davvero molto magra (basta guardarla di profilo), ha scelto un abito grigio perla di Elie Saab (collezione Haute Couture p/e 2007), con corpino in raso drappeggiato e lunga gonna fluttuante in chiffon ricamato. Semplicità estrema sia nella pettinatura, sottolineata da mechès chiarissime sul davanti, e nella scelta degli accessori (solo una collana con pendente in acquamarina).
Chi invece ha deluso è stata la madrina Ambra Angiolini, sul cui ruolo si è molto dibattuto nei giorni scorsi. Si è presentata sul tappeto rosso con un abito Armani Privè (collezione Fall 2006), in un colore neutro che non la metteva per nulla in risalto. Una presenza scialba, la sua, che però si distingue per raffinatezza rispetto a molti altri orrori, tutti italiani: il leopardato passatista di Yvonne Sciò, la botox-mania di Francesca Lo Schiavo, la rete firmata Cavalli (non avevamo dubbi) di Valeria Solarino (se qualcuno ha dettagli sull'identità di questa emerita sconosciuta, parli), i deliri rossoneri di Marina Ripa di Meana e consorte, per concludere sul raso a canne mozze di Sonia Raule.

Qui la lista completa dei premiati e qui la fonte delle immagini.
Postato da: superqueen alle 02:03| commenti (114) | p.link

lunedì, agosto 27, 2007
Appurato ormai il fatto che 'Rehab' di Amy Winehouse è il punto di riferimento per chiunque voglia parlare di celebrities e disintossicazione, non stupisce il titolo del servizio apparso sulle pagine di 'Harper's Bazaar' di settembre, realizzato da Peter Lindbergh: le immagini che vedremo di seguito, infatti, rappresentano l'ennesima lettura di quello che è diventato un fenomeno sociale a tutti gli effetti. Dopo il controverso 'Supermods Enter Rehab' di Steven Meisel, ideato per 'Vogue Italia', analizziamo le modalità con cui il fotografo tedesco ha modulato un'abitudine consolidata tra le personalità più in vista di Hollywood; in questo caso, in particolare, il riferimento chiarissimo è rivolto nei confronti di Lindsay Lohan, ultima 'vittima' di un sistema che ormai vede il tentativo di redenzione attraverso la pubblica ammissione delle proprie dipendenze e l'ingresso nell'ennesima clinica di disintossicazione come l'estrema mossa di marketing per non perdere una credibilità già traballante.
Al di là del temporaneo abbandono dell'iconico bianco e nero di Lindbergh, a favore di colori velati e poco vivaci, colpisce la scelta di affidare il ruolo della protagonista a Chloe Sevigny, attrice che ha costruito la sua fama (anche di fashion icon) negli anni '90 con una serie di film molto controversi, e che continua ad avere successo come interprete dalla forte personalità. La Sevigny, nonostante la fama di attrice ribelle e certamente anticonvenzionale, ha dimostrato con gli anni quale sia la differenza tra realtà e finzione, imponendosi all'attenzione del pubblico e della critica per le sue interpretazioni [1] e non per gli scandali.



Chloe, ragazza ribelle sullo schermo, veste quindi i panni di un'annoiatissima star, che giunge in clinica paludata in una pelliccia leopardata, ben nascosta da occhialoni e cappuccio, accompagnata da un'onnipresente quanto massiccia guardia del corpo. Sin dalla prima immagine, si impone l'importanza della natura nel servizio: come succede in molte cliniche del genere, il contatto con la natura e l'esercizio fisico all'aperto sono fondamentali per recuperare una forma fisica, prima che mentale. Gli scatti di Lindberg, quindi, non sono claustrofobici come quelli di Meisel, ma anzi tengono sempre presente questo continuo scambio tra interno ed esterno. Non è un caso, infatti, che molte scene vengano 'spiate' dall'esterno (come avviene in realtà, con i paparazzi appostati ovunque, in attesa di una minima mossa della celebrity osservata): gli ambienti della clinica sono visibili all'esterno grazie a grandi vetrate, stratagemma narrativo che trasforma la rehab in una sorta di grande scatola trasparente [2].



La star, annoiata e parecchio assonnata (lo so, nella finzione quella smorfia dovrebbe rappresentare chissà quale tormento interiore, ma a me fa venire in mente solo tanto sonno), entra in rehab portando con se due simboli di una certa importanza (tre, se vogliamo essere pignoli): l'onnipresente bottiglia di acqua (non penso sia vodka, come è solita fare la 'furba' Lindsay Lohan), il cagnolino dentro la borsa e la borsa stessa (una Balenciaga con Giant Hardware). Da questo momento, in cui la protagonista viene 'presa in consegna' dai responsabili della clinica, inizia il difficile percorso verso la guarigione.



Il primo passo sono sicuramente i colloqui individuali con gli specialisti della struttura, che si impegnano a scandagliare dall'animo della celebrità le motivazioni che sottendono la dipendenza di cui soffre. Interessante notare come la struttura in questione si chiami 'Best Intentions', con una punta di ironia che trovo irresistibile. Con le migliori intenzioni, infatti, molte star entrano in rehab, per poi però uscirne in condizioni peggiori di prima; il nome inoltre richiama quello del famoso centro 'Promises' di Malibu, più un resort di lusso che non un luogo di cura.



Altro passo verso la guarigione è la presa di coscienza dell'eco che il proprio comportamento ha sull'opinione pubblica: ecco che Chloe viene ritratta attraverso una finestra bagnata dalla pioggia, mentre è intenta a leggere un tabloid che recita 'Another One Bites the Dust', titolo che si riferisce chiaramente al suo ingresso in rehab. Non c'è bisogno di specificare che chissà quanti tabloid e blog hanno dato questo stesso titolo alle recenti disavventure della Lohan.



Momento che pare imprescindibile sia per Lindbergh che per Meisel è quello della seduta terapeutica di gruppo: in questo caso, però, l'occasione di scambio e di ascolto si carica di un ulteriore significato. La star si accorge che i paparazzi la stanno fotografando e li addita ai propri compagni e ai medici della struttura. In questo scatto viene messo in evidenza il concetto a cui si faceva riferimento prima, quello della 'scatola di vetro', attraverso cui la vita privata diventa pubblica. Piccola nota fashion: Chloe Sevigny, amica e musa di Nicolas Ghesquière, sfoggia anche in questo caso una borsa Balenciaga con Giant Hardware.




Il detto 'mens sana in corpore sano' dovrebbe stare alla base di molti programmi di riabilitazione, se è vero che il benessere mentale dipende e deriva anche da quello fisico. La star del servizio lo sa bene, quindi eccola impegnata in attività sportiva all'aria aperta, dove però i fotografi riescono a cogliere ogni sua mossa. Nella seconda immagine, poi, le fa compagnia la consueta guardia del corpo, la cui corpulenza fa da contraltare all'apparente fragilità della star (degni di nota i suoi strepitosi fuseaux argentati).



In una società dominata dall'immagine e dalla manipolazione dei mezzi di comunicazione, il primo contatto con il mondo esterno non può che essere un'intervista esclusiva ad un giornale o ad un canale televisivo, a cui 'confessare' i retroscena della propria caduta e del cammino di guarigione. Secondo la logica vigente, infatti, non apparire in tv o sui giornali vuol dire letteralmente non esistere, e scomparire dalla scena pubblica risulta insopportabile alla maggior parte delle celebrità; ecco quindi l'estremo bisogno di commentare (sempre in esclusiva, ovviamente) eventi più o meno felici della propria vita personale.



Ultimo momento prima del ritorno al mondo è il contatto con amici e vita professionale, permesso attraverso il telefono. L'immagine qui sopra, scattata di nuovo attraverso un vetro bagnato di pioggia, è molto interessante, specie per l'espressione di Chloe, malinconica, pensierosa e preoccupata al tempo stesso.



Come festeggiare l'uscita dalla rehab, il ritorno alla mondanità e l'avvenuta guarigione, se non indossando un abito da gran sera (un incomprensibile capo di Dolce & Gabbana) e facendo un ingresso trionfale a chissà quale evento? Quel che è sempre stato pubblico viene reso ulteriormente pubblico: la redenzione e - si spera - un aumento di popolarità vengono raggiunti attraverso l'esposizione mediatica, sotto l'obiettivo attento di fotografi e telecamere.
A parte approvare la scelta di affidare alla Sevigny il ruolo di protagonista, trovo azzeccato anche il tono e il taglio che il fotografo ha dato a 'They Tried to Make Me Go to Rehab': lontano dagli eccessi e dalle provocazioni a tutti i costi di Meisel, non è certamente un servizio che farà storia, ma non si può negare dia una lettura quanto basta originale di un fenomeno dalla valenza sempre e comunque deteriore, per quanto alla moda possa sembrare.

[1] Non dimentichiamo che Chloe, nel 1998, ricevette una nomination per il Golden Globe e una per l'Oscar, grazie alla sua interpretazione di Lana in 'Boys Don't Cry', film che valse l'Oscar a Hilary Swank.
[2] A questo proposito, ricordo un bello spot realizzato per il 'Grande Fratello 2' (se non sbaglio), in cui Pietro Taricone veniva ripreso nelle sue attività quotidiane in una casa di vetro, simbolo nemmeno tanto velato della tv stessa e dell'esperienza del reality show.
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lunedì, agosto 20, 2007
Ogni tanto, nella casella di posta, trovo delle sorprese molto gradite, che riguardano un nuovo contributo per la rubrica 'borsifera' di questo blog, ovvero 'What is in My Bag?'. A dire il vero, prima della mail in questione, ne avevo ricevuta un'altra, ma spero che quella lettrice mi perdonerà per aver pubblicato un contribuito prima del suo. D'altronde, quando ho ricevuto la missiva di Barbara e mi sono trovata davanti una borsa così bella e particolare, non ho resistito e mi sono detta che avrei dovuto metterla on-line il prima possibile. Ecco a voi, quindi, la bellissima 'Part-Time' Balenciaga, nello splendido colore 'Vert Gazon' (di cui si è già parlato qui): lascio alla legittima proprietaria il compito di descriverne il difficile reperimento (come la capisco!!!) e il contenuto.

A Roma, la mia adorata città, purtroppo non c’era (dei 5 rivenditori contattati, 4 si sono giustificati dicendo che il colore era inusuale o poco vendibile) ed ho inviato qualche mail all’ufficio marketing per avere i nomi dei negozi che l’avevano disponibile. Alla fine, da quel di Londra, una ragazza mi ha inviato una lista dei punti vendita in Italia che l’avevano ordinata. Con una punta d’invidia mi accorgo che sono tutti negozi del Nord, e ricordo quante altre 'primizie' qui da noi fatichino ad arrivare (Louboutin, piuttosto che Lanvin, Repetto e chi più ne ha…). Comincio il mio giro di telefonate per l’Italia e dopo due buchi nell’acqua, la trovo, a Viareggio. L’emozione e la paura di fare un’acquisto azzardato erano fuse insieme, il che mi faceva essere abbastanza altalenante nella gioia.



Inutile dire che quando è arrivata, il 5 marzo scorso, ogni dubbio è sparito: la borsa era (ed è) esattamente come la desideravo, dal pellame al colore, ero (e sono) entusiasta di ogni dettaglio. Da quel giorno l’ho sfruttata con ogni accostamento, anche perché adoro la comodità dei jeans e delle scarpe da ginnastica, mentre i tacchi tanto adorati li posso sfoggiare poco nella vita di tutti i giorni.
Ma passiamo alla protagonista ed al suo contenuto: da sempre vado in giro con delle borse piene da far spavento, con ogni genere di facezia all’interno. Solo da qualche tempo sono riuscita a togliere medicine, coltellino multiuso e piccola torcia, decidendo che, a volte, è bello anche essere colti di sorpresa ;)



Comunque, nelle foto il contenuto è il seguente:
- fido iPod 20GB (quello senza video però!)
- 2 Moleskine, 1 agenda ed 1 per appunti e deliri vari
- cellulare Nokia N70
- occhiali da sole Tom Ford, modello 'Whitney', amore con la A maiuscola, li adoro
- sacchetto con lavanda ed un ricordo importante all’interno
- tesserino dell’ufficio
- portafoglio Prada gonfio di tutto tranne che di soldi!
- occhiali per pc Alain Mikli
- penna Parker e 2 mini Sharpie arancio e rosso
- chiavi di casa con Garfield e piccola bambolina brasiliana
- porta carte di credito Louis Vuitton
- caramelle,gomme e lecca lecca (sono una dolciume-dipendente, lo ammetto)
La parte beauty, dentro una pochette nera di vinile, trovata su Elle:
- tre gloss: due Juicy Tubes ('Myrtille' e 'Toffee R&B') ed un 'Glossy Touch' di Yves Saint Laurent (uno è poco, due son troppi, tre è la perfezione!)
- terra 'Tan Booster' di Guerlain
- idratante occhi e labbra in stick spf30 Kiehl’s
- mascara 'Diorshow'
- pinzette
- salvietta deodorante Sephora
- mollettine Mafalda con elastichetto nero
- 'Eight Hour Cream' di Elizabeth Arden (che personalmente uso pure sui pizzichi freschi di zanzara)

Guardando le foto mi sono accorta che la maggior parte degli oggetti è di colore nero, ma non mi stupisco. Lo amo dall’adolescenza, ha sempre avuto l’80% del mio armadio, con grande rammarico di mia madre che mi vorrebbe più colorata, però poi faccio certe scelte (vedi il mio picccolo gioiellino) di tutt’altra natura! Tra l’altro, sono una grandissima appassionata di moda, mi nutro di immagini e foto di sfilate, ma da semplice impiegata dal lavoro scialbo, aspirando continuamente a voler far parte del mondo della moda scritta, senza successo. Arrivata a 30 anni ho capito che non ne farò mai parte, però posso sempre saziare questa sete 'visivamente' e con degli acquisti (rari, però mi sento già fortunata nel poterlo fare qualche volta!) che faccio con molta attenzione, dati i prezzi esorbitanti.
Cosa vorrei nel mio armadio dei sogni? Un vestito lungo da sera rosso Valentino, un caftano di Pucci per la spiaggia, il vestito con annesso cappello, guanti e joillerie della Hepburn in 'Colazione da Tiffany', un paio di 'Miss Boxe' a strisce bianche e nere di Louboutin, una giacca di lana bouclé Chanel bianco panna ¾, una borsa matelassè classica Chanel nera versione gigante!

Ho lasciato anche il commento di Barbara al contenuto della sua borsa (non ho resistito: era così sentito, le mie parole sarebbero state di troppo), a cui voglio aggiungere solo una riflessione. Leggendo la mail di cui sopra, mi ci sono un po' ritrovata: la passione per la moda e la consapevolezza di non poterne fare parte in maniera attiva le conosco bene, ma trovo sia bellissimo il modo in cui Barbara tenga conto e faccia fiorire questa passione, senza esagerare ma senza far finta che non esista. Si fa un gran parlare di quanto sia 'immorale' spendere tanti soldi per un accessorio (che sia borsa o qualcosa altro), ma io penso che, nel momento in cui questo è un acquisto ponderato (e magari frutto di qualche sacrificio), assuma un valore simbolico che va al di là del suo prezzo effettivo, un valore che niente e nessuno può pienamente comprendere, né tantomeno giudicare.
Postato da: superqueen alle 17:33| commenti (52) | p.link

lunedì, agosto 13, 2007
In un periodo di particolare inquietudine e dolore (stanotte se ne è andata anche la nonna novantasettenne dell'ing), trovo un certo conforto o forse comunanza, non saprei, nelle immagini realizzate da Julia Fullerton-Batten, fotografa inglese nata a Brema, vincitrice di molti importanti premi internazionali ed autrice, in particolare, della serie nota come 'Teenage Stories', di cui qui sotto vediamo alcuni esempi.
Secondo la Fullerton-Batten, alla base di queste immagini, scattate negli ultimi tre anni, c'è il desiderio di dare una rappresentazione di uno dei momenti più delicati e complessi della vita umana, ovvero l'adolescenza; l'obiettivo viene raggiunto innanzitutto avvalendosi di modelle non professioniste, in modo che il disagio di posare di fronte ad una macchina fotografica in qualche modo emerga dagli scatti. In secondo luogo, ad una fortissima simbologia si unisce l'importanza del setting: tutte le ragazze sono inserite in scenari lillipuziani, dove esse troneggiano come immense (e quasi sempre solitarie) abitanti.



A volte l'inquietudine emerge dal contrasto tra quel che vediamo e il titolo dell'immagine: 'Beach Houses' implicherebbe - a logica - la presenza del mare o di qualcosa che lo ricordi, il che invece non avviene. Le case a cui si fa riferimento sono delle semplici casette colorate, poste una accanto all'altra, circondate da una rigogliosa vegetazione quasi montana. Le due protagoniste, entrambe in costume da bagno (ecco l'unico dettaglio che evoca il mare) sono poste ai lati di una strada, l'una in piedi tra le piante, l'altra seduta a terra, le ginocchia raccolte al corpo, un'incongrua fetta di anguria accanto a se.



'Broken Eggs' ha una bellezza e una crudeltà disarmanti: la giovane protagonista giace a terra, stesa in una corte formata da un quadrilatero di case bianche dai tetti spioventi, alcune uova (immaginiamo rotte) accanto a lei, assieme al contenitore in carta pressata in cui ne è rimasto (intatto?) solo uno.



'Book' ha una composizione piuttosto semplice, che contrasta con la molteplicità di lettura: prima di tutto, troviamo l'acqua, elemento che torna spessissimo nelle fotografie della Fullerton-Batten, a simboleggiare la vita o il suo esatto opposto. Qui la protagonista, vestita di rosso, è immersa in un'acqua limacciosa fino alle caviglie e tiene in mano un libro, dal quale strappa delle pagine, che lascia poi cadere sull'acqua a forma di barchette. Sullo sfondo domina la miniatura di un castello con cinta muraria, impenetrabile e grigio come l'acqua che lo circonda.



L'acqua è protagonista anche di 'Floating in Harbour', scatto ambientato in quello che pare un porto commerciale (miniaturizzato, ovviamente). Il corpo immerso nell'acqua, le braccia abbandonate, l'abito bianco mezzo galleggiante sono elementi che fanno pensare ad una simbolica 'morte per acqua', da intendersi come morte senza resurrezione o come morte sacrificale che precede la rinascita.
Questa moderna Ofelia, a differenza del personaggio shakespeariano, però, non trova attorno a se nemmeno la consolazione della natura: laddove c'erano fiori ed erbe selvatiche, ora c'è cemento e ghiaia.



'Red Dress in City' è probabilmente una delle immagini più tristi e dolenti dell'intera serie, poichè contiene, a mio parere, il tema della disillusione. Secondo le parole dell'autrice, infatti, 'Teenage Stories' si pone anche l'obiettivo di mostrare come cambia il punto di vista dell'adolescente nei confronti del mondo che lo circonda: da un'iniziale e relativa innocenza si passa ad una maggiore consapevolezza nei confronti della vita adulta, con i suoi pesi e le sue complicazioni. Di tutto ciò l'immagine qui sopra è la perfetta esemplificazione: la ragazza dal vestito rosso a balze, che vediamo solo di spalle, ferma nei pressi di un incrocio cittadino, inquietante nella sua fissità, è come il simbolo di un'aspettativa delusa, di una speranza disattesa. A parte il contrasto tra l'abito (adatto ad un'occasione mondana) e lo scenario, trovo particolarmente importante la luce livida che sembra privare di vita il colore vivace e la ragazza stessa.



Concludiamo con 'Blindfold', il mio scatto preferito, criptico come un sogno incomprensibile. La protagonista, bendata, si avvia, le braccia tese di fronte a se come una sonnambula, verso una miniaturizzazione di un monumento parigino molto famoso, la Basilica del
Sacré-Coeur a Montmatre, posto sul punto più alto della città. La Basilica, resa famosa da diversi film, è realizzata in travertino, una pietra che rimane bianca nonostante l'inquinamento, quindi il suo biancore spicca nel panorama della capitale francese e anche in questa immagine. Le nubi scure che si addensano all'orizzonte, però, e l'ombra che incombe sulla chiesa gettano sull'intera immagine un senso di angoscia e di sospensione.
Postato da: superqueen alle 12:31| commenti (15) | p.link

domenica, agosto 05, 2007
'Un'attrice non è una macchina, ma la trattano come tale. Una macchina per fare soldi'. Marilyn Monroe, l'attrice americana che più di ogni altra rappresentò lo stereotipo della dumb blonde e di cui oggi ricorre l'anniversario di morte, descriveva così, in maniera lucidissima ed amara, il proprio ruolo nell'industria cinematografica di Hollywood. Diventata, a seguito di una morte ancora avvolta nel mistero, una vera e propria icona [1], un 'segno' riconoscibile come sinonimo di stile, seduzione, bellezza e fragilità, è stata in realtà una donna molto più complessa ed intelligente di quanto non facciano intendere i film da lei interpretati.
Chi, se non un'altra donna, avrebbe potuto dimostrare che la facciata nascondeva un'essenza tormentata in maniera indicibile? E' questo che Joyce Carol Oates, celebrata scrittrice statunitense, ha fatto in Blonde, monumentale opera edita nel 2000, che ripercorre, in maniera romanzata, la vita di Norma Jean Baker, dalla primissima infanzia alla tragica morte, avvenuta ad appena 36 anni.




In questa estate così strana, segnata per me da un lutto familiare dal quale è difficile riprendersi e una situazione personale in perenne evoluzione, il romanzo della Oates rappresenta una fuga in un mondo lontano, anch'esso segnato dal dolore interiore di una donna vittima di un sistema implacabile, incapace di eluderlo e di imporre la propria personalità. La scrittura della Oates, coinvolgente, ricca di aggettivi, immaginifica, permette poi al lettore di immergersi nelle vicende narrate, tanto che è impossibile non immedesimarsi nella protagonista, non trovarsi affascinati da lei, non provare empatia per la sua fine. La Monroe che emerge dal romanzo è stata paragonata ad Emma Bovary, ovvero un personaggio emblematico del suo tempo e del suo paese, e il paragone è effettivamente calzante: Marilyn incarna da una parte il sogno americano (la ragazzina che aveva vissuto per anni in orfanotrofio diventa una stella del cinema, grazie all'indefesso lavoro e ad un immenso desiderio di essere amata ed accettata), ma dall'altro rappresenta il lato oscuro di questo sogno, una donna dalla bellezza forzatamente artificiale, usata dagli Studios come la gallina dalle uova d'oro e sfruttata da uomini potenti, certamente non apprezzata per le proprie qualità, ma per il guadagno che si poteva ricavare dalla vendita della sua immagine.

[1] Proprio per il suo essere più di quanto apparisse, la Monroe, in perenne bilico tra luce ed ombra, continua ad essere d'ispirazione anche per le più giovani generazioni di Hollywood. Lindsay Lohan, ad esempio, ha dichiarato in una recente intervista che la Monroe è una delle sue attrici preferite (assieme ad Ann Margret). D'altro canto, Megan Fox, 'nemica' della Lohan in Confessions of a Teenage Drama Queen, si è fatta tatuare la Monroe direttamente sul braccio, come segno della propria ammirazione. Non dimentichiamo, infine, l'influsso che Marilyn ha avuto sulla carriera di Madonna (splendida la citazione da Gentlemen Prefer Blondes nel video di 'Material Girl'), così come il recente look di Christina Aguilera, vero e proprio omaggio alla Monroe.
Postato da: superqueen alle 17:20| commenti (36) | p.link

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