Per chi, come la sottoscritta, è facile preda ad entusiasmi e tarli fissi, certe figure appartenenti al mondo dell'arte e della moda sono veri e propri inviti a nozze, non solo per le suggestioni ad essi legati, ma per l'innegabile fascino che portano con se. Su queste pagine, tempo fa, è stato citato il nome del designer americano Halston: la sua straordinaria vita, il suo genio e i vestiti da lui disegnati mi hanno fatto compagnia nei mesi scorsi, grazie alla lettura di questo libro, quindi ricreare tutto questo tramite un percorso di immagini mi è parso quanto mai opportuno.
Roy Halston Frowick, originario di Des Moines (Iowa) inizia la propria carriera come modista, dedicandosi alla creazione di quelli che negli anni '50 erano considerati accessori irrinunciabili, ovvero i cappelli. E' firmato Halston il cappellino (per l'esattezza il pillbox hat, letteralmente 'cappello a forma di portapillole') indossato da Jacqueline Kennedy alla cerimonia d'insediamento del proprio marito come presidente degli Stati Uniti, e grazie a quel cappellino il nome del designer inizia ad acquistare una certa fama presso le dame e le socialite di tutta la nazione.
Halston, elegantissimo come una star del cinema ed ambizioso, diventa ben presto richiesto negli ambienti più chic, tanto da guadagnarsi il posto di modista-capo presso il lussuoso grande magazzino newyorchese Bergdorf Goodman; non solo disegna copricapi per Sophia Loren, Virna Lisi e Barbra Streisand, ma modella per una giovane Candace Bergen la famosissima maschera da coniglio (ricoperta da pelliccia di visone) che l'attrice indosserà al 'Black & White Ball' voluto da Truman Capote nel 1966.
Il fatto di essere richiesto da star del cinema e dalle donne più in vista della nazione farà la sua fortuna: innegabilmente bello, affascinante, elegante in maniera discreta, il designer raccoglie attorno a se un entourage quanto mai vario, che lo accompagnerà nel corso della sua sfolgorante carriera. Nel momento in cui Halston decide di abbandonare la modisteria e di entrare nel vero e proprio mondo della moda, lo fa entrando dall'ingresso principale. Quando apre la sua prima boutique nel 1968, può vantare una clientela di tutto rispetto, che anima non solo l'atelier nella Sessantottesima strada ma anche la vita notturna della Grande Mela. Gli anni della contestazione determinano i primi, grandi successi per Halston; come dirà nel 1977 la socialite Lily Auchincloss, 'gli abiti di Halston sono splendidi in qualunque occasione: semplici da indossare, hanno un'eleganza understated e mettono in risalto la bellezza di ogni donna'. Non è un caso, infatti, che tra le fan dello stilista ci siano sia giovani che meno giovani, tutte ugualmente affascinate da questa moda rilassata ed impeccabile.
Halston, per molti aspetti, è stato rivoluzionario nel mondo della moda: non solo i suoi capi hanno delle caratteristiche che ritroviamo ancora oggi, non solo il suo stile, sobrio ma decadente, ha influenzato personalità come Calvin Klein e Tom Ford, ma la sua intera concezione di moda ha lasciato un segno indelebile. Prima che Gianni Versace creasse il mito delle top-model negli anni '90, grazie ad Halston nascono le 'Halstonettes', modelle provenienti da diverse parti del mondo [1], vere e proprie incarnazioni del suo stile.
Nel 1970 Halston e due tra le sue modelle più famose - Elsa Peretti e Heidi Lieberfarb - posano nel backstage di una sfilata. Possiamo notare come il designer abbia abbandonato lo stile azzimato che lo contraddistingueva da modista, per abbracciare un look più moderno e al passo con i tempi. Le modelle indossano capi da sera neri, con ampie gonne di satin che spiccano su top senza maniche, scollati o a collo alto.
A differenza di quanto avveniva in altri atelier, ogni presentazione da Halston coincide con un evento mondano e spettacolare, proprio come accade ai giorni nostri: le modelle non si limitano a mostrare i capi da loro indossati, ma sfilano a ritmo della musica (anche questo rivoluzionario), diventando vere e proprie interpreti di un concetto astratto. Il fermento culturale di quegli anni riesce così a penetrare il mondo della moda, fino a quel momento appannaggio di poche e fortunate persone.
Anjelica Houston muove i primi passi nel mondo della moda come modella di Halston, e lo stesso fanno le due sorelle Berenson, Marisa (poi diventata attrice) e Berry (fotografa di fama). Due italiane spiccano nella scuderia del designer statunitense, ovvero Marina Schiano e Elsa Peretti: la seconda, in particolare, ha indissolubilmente legato il suo nome a quello di Halston, in quanto ne è diventata fedele collaboratrice. La Peretti, oggi acclamata designer di gioielli per Tiffany, disegna i primi pezzi per lui, tanto che gli inconfondibili bracciali 'Bone' e le cinture a forma di serpente diventano il naturale completamento degli abiti Halston, come giustamente recita la splendida pubblicità qui sotto.
La Peretti poi è l'artefice della suggestiva boccetta che conterrà il profumo 'Halston', tra i maggiori successi commerciali di tutti i tempi (secondo solo a 'Chanel n°5'): la forma morbida è un inconfondibile segno dello stile Peretti, ma anche dell'eleganza che contraddistingue gli abiti di Roy.
Prima dicevamo di quanto siano state importanti le celebrities per Halston, visto che ne hanno determinato parte del successo. Anche in passato le stelle del cinema erano vestite da grandi couturier, ma mai come in questo caso i legami erano stretti e duraturi. Vestono Halston le giovani promesse del cinema americano come Renèe Russo e Cybill Shepard: la prima viene ritratta da Bob Richardson (padre di Terry), indossando una tuta in seta, accessoriata con gioielli e una borsina rigida a forma di fagiolo di Elsa Peretti.
La Shepard invece indossa un completo formato da ampi pantaloni e da casacca con colletto alla coreana (una variante del pigiama-palazzo di Irene Galitzine) e così si fa ritrarre da Berry Berenson per 'Life Magazine' nel 1971, posando stesa su un divano nell'atelier di Halston. Anche lei indossa una cintura d'argento, opera della Peretti.
Tra le clienti più affezionate, c'è Bianca Jagger, prima moglie del front-man dei 'Rolling Stones', infaticabile animatrice delle notti newyorchesi, che introduce il designer allo sfavillante mondo dello 'Studio 54', ma anche alle premiere al Metropolitan Theatre e agli eventi mondani più esclusivi.
L'epitome però dello stile Halston rimarrà per sempre Liza Minnelli, la quale, grazie al genio dell'amico, subirà una vera e propria trasformazione, da giovane donna grassoccia e nascosta dalle ingombranti figure di madre e padre (rispettivamente Judy Garland e Vincente Minnelli), a indiscussa star internazionale. Halston diviene presto il personal stylist della Minnelli: disegna per lei capi di scena e mise da indossare tutti i giorni, è presente nel backstage dei servizi fotografici, determina in parte il ruolo di icona che l'attrice e cantante presto raggiungerà. La prima immagine a sinistra, scattata nel 1972 di fronte all'atelier di Halston, è perfetta nella sua semplicità: la Minnelli indossa un paio di pantaloni neri, una camicia bianca e un golfino rosso appoggiato sulle spalle, eppure il potenziale di star emerge con prepotenza, sottolineato dal delizioso passo di danza appena accennato. Nella seconda immagine (opera di Bill King), invece, il potenziale divistico emerge completamente, sottolineato dal bellissimo completo bianco formato da pantaloni e casacca profilata da ampi volant; la terza immagine, infine, vede Liza al 'Gershwin Theatre', mentre indossa uno strepitoso abito da sera rosso fuoco, ricamato da paillettes e canottiglie.
L'incontro, inevitabile, tra Roy Halston e Andy Warhol sfocia in una collaborazione, da cui nasce anche questa serie di scatti della Minnelli: sono passati più di trent'anni dal 1977, eppure la loro freschezza e la modernità è sconvolgente. La Minnelli, di rosso vestita, bocca scarlatta e occhi da cerbiatta, è reduce dal successo planetario di 'Cabaret' e in queste immagini posa sfoggiando il malizioso taglio di capelli di Sally Bowles.
Anche un'attrice della vecchia generazione come Liz Taylor diventa fan dello stile Halston, tanto da posare assieme al designer e alla Minnelli per la copertina di 'People' (un capolavoro tutto americano, dove spicca il collier gigante della Taylor, secondo per grandezza solo alla sua capigliatura cotonata).
Negli anni Settanta, il rutilante mondo della moda e dello spettacolo trova in Roy Halston un perfetto simbolo: mentre gli affari portano il marchio sempre più in alto, anche grazie ad una serie di licenze [2] che permettono a tutti di appropriarsi di una parte del sogno, la New York dello 'Studio 54' (il luogo in cui i desideri di potere, di sesso, di fama, di droga diventano realtà), elegge Halston a suo indiscusso rappresentante: ecco quindi che una scena come quella ritratta qui sotto diventa non solo possibile, ma addirittura all'ordine del giorno.
Oggi sarebbe molto difficile trovare riuniti attorno allo stesso tavolo personaggi così di spicco: il discografico David Geffen, l'artista Nan Kempner e Steve Rubell (fondatore dello 'Studio 54') posano accanto a Fernando Sanchez, Halston e Yves Saint Laurent. La sottoscritta avrebbe voluto essere una mosca per capitare accanto a quel tavolo nel 1978!
Moltissimo si potrebbe dire dello stile di Halston, in cui si sentono reminiscenze degli abiti couture disegnati da Mainbocher per la duchessa di Windsor, a cui si aggiungono linee pulite, al limite del minimalismo, tessuti lussuosi come il cashmere e la seta, che rendono preziosi capi semplici come i caftani, i pigiami, i twin-set, gli abiti tagliati a canottiera. Quello però che per sempre sarà il simbolo di Halston è lo chemisier realizzato in Ultrasuede, un abito che deriva la propria forma dalla classica camicia da uomo, stretto in vita da una cintura. La linea femminile, negli anni '70, si fa più sottile, anche grazie a diete e palestra, e Halston vuole sottolineare questo ritrovato desiderio di mostrare il proprio corpo con un capo semplice e potenzialmente portabile da tutte: l'Ultrasuede, materiale lavabile che riproduce la morbidezza del camoscio, e una serie di accorgimenti (l'abbottonatura frontale non inizia dal colletto ma a metà sterno) lo rendono pratico e sexy, adatto alle più svariate occasioni.
Jacqueline Kennedy-Onassis è stata una grande fan dello chemisier in Ultrasuede, e in omaggio alla First Lady lo stesso capo è stato indossato da Sarah Jessica Parker (nel ruolo di Carrie Bradshaw) in una puntata di 'Sex and the City'.
Cosa è rimasto dell'eredità lasciata da designer dopo la sua morte, avvenuta negli anni '80? Molti sono stati i tentativi di riportare il glorioso nome del premier fashion designer al vecchio splendore, ma tutti sono miseramentefalliti. Recentemente però il marchio è stato acquisito dal produttore cinematografico Harvey Weinstein, che ha affidato a Tamara Mellon e a Rachel Zoe (collezionista di abiti vintage Halston [3]) il compito di creare una nuova collezione. Il designer scelto è italiano, Marco Zanini, che già si era fatto notare per il suo lavoro presso la maison Versace: i capi da lui ideati, pur essendo decisamente al passo con i tempi, conservano quel fascino tutto particolare che distingueva quanto creato da Roy.
Linee fluide, tessuti leggeri come la seta, lo chiffon, il cashmere e il jersey, colori primari come il bianco, il nero e il blu elettrico, a cui si aggiungono tocchi di marrone scuro e tortora, sono le caratteristiche di una collezione molto applaudita e decisamente riuscita. Le vendite sono state molto buone, anche grazie all'attenzione creata dalla stampa specializzata, quindi si spera che il nome di Halston possa presto tornare ad occupare il posto che gli spetta di diritto.
[1] Sotto questo punto di vista, possiamo paragonare Halston ad Yves Saint Laurent: entrambi, negli stessi anni, portarono sulle passerelle modelle asiatiche ma soprattutto di colore, un gesto al tempo coraggioso, se non addirittura rivoluzionario.
[2] Al giorno d'oggi molte case di moda sopravvivono proprio grazie alle licenze (basti pensare agli occhiali da sole o agli accessori, venduti molto di più rispetto agli abiti), ma negli anni '70 questa pratica non era molto comune. Halston, perfezionista al limite della maniacalità, non volle mai delegare la questione ad un collaboratore, disegnando personalmente ogni singolo accessorio che avrebbe recato il suo nome. L'incapacità di stare al passo con gli impegni presi, assieme a problemi di salute e ad una vita dissoluta, determinerà la fine del suo impero.
[3] Nicole Richie era evidentemente cliente della Zoe nel 2005, quando indossò uno strepitoso abito da sera Halston (quotato ben 10.000 dollari) alla festa di fidanzamento con Adam Goldstein. Ora che la Richie ha cambiato partner ed è diventata madre, ha deciso di disfarsi dell'abito, mettendolo in vendita per 'soli' 3.000 dollari presso il negozio di abiti vintage 'Fisch for the Hip' di New York.
Il titolo del post parla chiaro: a parte il fatto che questo sarà un post tutto dedicato alle borse Gucci, è al tempo stesso un modo per scusarmi con chi, in questi mesi, ha inviato il proprio contributo per 'What is in My Bag?' e ancora non l'ha visto pubblicato. Portate pazienza ma l'arrivo di Bianca ha rivoluzionato la mia routine giornaliera: dedico al blog qualche ora notturna e in quei momenti le idee scarseggiano, quindi tutto si dilata (dico solo, giusto per rimanere in tema, che ho ancora le gomme da neve montate sulla macchina, ma questa settimana, finalmente, vado dal meccanico a farmele cambiare).
Dicevamo delle borse Gucci: come è successo di sovente negli ultimi post dedicati alla rubrica borsifera di questo blog, mi sono ritrovata con più contributi incentrati su borse con qualcosa in comune, quindi è venuto naturale anche stavolta metterli insieme. Iniziamo con la borsa di Limine, giunta nella mia casella di posta a metà novembre 2007 (sì, avete letto bene, l'anno scorso, e purtroppo non è l'unica rimasta lì in tutti questi mesi): si tratta di una borsa Gucci realizzata nella classica tela con monogramma, un modello altrettanto classico, da portare a spalla.
Prima di lasciare alla borsa e al suo contenuto lo spazio che meritano, voglio spendere due parole (polemiche) sulle borse (ma più in generale sul mondo) Gucci. La borsa di Limine è un classico, semplice e raffinata, adattabile a qualsiasi occasione senza mai risultare eccessiva. Non so esattamente quando sia stata acquistata, ma mettendola a confronto con certimodelli delle ultimecollezioni, viene quasi da rimpiangere i bui anni Ottanta, quando il marchio galleggiava asfittico quasi per miracolo. Non ho mai fatto un segreto della mia passione (ok, chiamarla venerazione è forse troppo) per quanto svolto da Tom Ford e Domenico De Sole negli anni '90, ma non mi pare un caso che quello stile sia ancora additato come iconico e rivoluzionario, mentre quello imposto dalla Giannini, mah, ai posteri rimarrà il peso dell'ardua sentenza.
Bene, dopo aver fatto la mia solita predica da prof acida, torniamo a Limine (ah, a proposito: anche lei insegna alle scuole superiori, finalmente una collega!). Il contenuto della sua borsa è quello solitamente presente quando esce con le amiche o con il fidanzato e comprende
*occhiali da sole Ray-Ban con custodia
*telefono cellulare
*caramelle balsamiche
*portafoglio Sisley
*specchietto e burrocacao alla pesca di Bottega Verde
*Moleskine nera e pennarellino insieme alla chiavetta Usb (Limine ammette di essere completamente dipendente dalla tecnologia)
*accendino e sigarette
*fazzoletti di carta
*gancetto per la borsa, in modo da poterla tenere sempre sollevata da terra e a portata di mano
Che dire? Raramente mi è capitato di descrivere una borsa dal contenuto così essenziale ed ogni volta che mi trovo a parlarne, provo una sincera ammirazione. A mio parere, chi è capace di uscire di casa portando poche, essenziali cose con se, non solo ha una notevole capacità di sintesi ed organizzativa, ma probabilmente riuscirà ad applicare la stessa capacità in altri ambiti, il che diventa immediatamente un plus, specie per chi, come la sottoscritta, ha in borsa oggetti in quantità, il più delle volte piuttosto inutili.
La seconda borsa Gucci (modello 'Joy Medium', appartenente alla collezione p/e 2008) appartiene invece ad Ale, amica e lettrice di lungo corso di questo blog, che ha finalmente deciso di partecipare a 'What is in My Bag' mostrando il suo ultimo acquisto, fatto a New York presso la boutique Gucci in Fifth Avenue.
Passiamo al contenuto( da sinistra in alto; qui qualche dettaglio):
*portafoglio 'Muse' di Yves Saint Laurent, regalatole insieme alla borsa omonima per i suoi trent'anni e portafoglio retrò 'Emily the Strange', regalatole per la stessa occasione. Il fatto di avere due portafogli potrebbe sembrare strano ma alla fine, non sapendo decidere quale dei due abbandonare, Ale ha preso l'abitudine di avere un portafoglio per le cose basilari (carta d'identità, patente...), con pochi soldi e tante monetine, mentre l'altro contiene cose più importanti, contante di taglio più alto
*lipgloss al limone, in scatoletta di latta molto Fifties, regalo londinese
*Ray-Ban 'Wayfarer' rosa con custodia classica, comprati anch'essi negli Stati Uniti. Quando li ha visti da 'Saks Fifth Avenue', se ne è talmente innamorata, che non ha resistito, nonostante avesse inizialmente pensato di prenderli bianchi o rossi
*chewing gum americani Trident per denti bianchi come la neve (almeno così dice l'advert). Probabilmente contengono soda caustica ;)
*duo di borsellini Furla arancioni, pieni di pillole, spillette, cerotti, biglietti da visita, bandierine da cocktail, Tampax, ago e filo e un sacco di altre sciocchezze accumulate negli anni
*specchietto Sephora con la scrita "mirror.. mirror.." in onore della strega di Biancaneve
*chiavi dell'ufficio con portachiavi chinese raffiguranti due porcelli (Ale e il fidanzato) regalatole da un'amica
*spillette Puntoacapo, che non si sa mai e la pubblicità è l'anima del commercio
*chiavi di casa con portachiavi di sassi di H&M (in realtà è leggerissimo) regalatole da sua sorella
*cellulare Nokia con adesivo Hello Kitty
*chiavi dell'auto nuova (una Smart)
*blocchetto prendi-appunti personali Puntoacapo
*libretto prendi-appunti professionali proveniente dallo shop della Pedrera a Barcellona
*biro Puntoacapo
*agenda Moleskine rossa con adesivo Puntoacapo
La borsa di Ale è vulcanica come la sua proprietaria, piena di oggetti, di colori e di suggestioni, dove ogni oggetto è legato ad un ricordo, ad un viaggio o ad una persona. Sarei stata curiosa di vedere anche il contenuto dei borsellini Furla perchè lì, tra gli oggetti accumulati di anno in anno, che non si buttano mai perchè dispiace, secondo me si cela parte della memoria personale, il che li rende immensamente preziosi.
Mi piace molto il fatto che entrambe le borse rappresentano, addirittura dal punto di vista cromatico, due personalità diverse: quella di Limine è nera ed essenziale nelle linee e nel contenuto, mentre quella di Ale è bianca e piena di oggetti. Non è forse questo il bello dei contrasti?
Su queste pagine spesso si è fatto riferimento alla peculiare 'fuga di cervelli' che pare abbia colpito la moda italiana, a suo evidente svantaggio. Grazie al desiderio di rinnovamento di alcune maison storiche francesi [1] (tra cui Balmain, Balenciaga, Givenchy, Lanvin e Nina Ricci), molti tra i più brillanti e promettenti giovani designer del nostro paese sono volati oltralpe per dare nuovo vigore a stili decisamente appannati. Stefano Pilati è ormai stabilmente al timone di Yves Saint Laurent, Riccardo Tisci è da anni la mente creativa di Givenchy, ma un'altra personalità, brillante ed eccentrica, si sta sempre più imponendo, quella di Giambattista Valli. Il designer, di origine romana, dopo essersi fatto le ossa da Roberto Capucci e da Ungaro, nel 2005 ha presentato la prima collezione, a cui ne sono seguite altre, sempre più apprezzate da pubblico e celebrities (da Victoria Beckham [2], a Mary-Kate Olsen, a Mischa Barton). La consacrazione definitiva è avvenuta quest'anno, nel momento in cui Valli ha presentato una serie di capi disegnati per Moncler 'Gamme Rouge'. La linea lusso di piumini ha già dato lustro alla creatività di Alessandra Facchinetti (ora passata a Valentino) e non mancherà di dare visibilità allo stilista romano. Dando un'occhiata alla collezione, è impossibile non rimanere stupefatti di fronte all'eleganza e all'originalità di capi probabilmente molto poco portabili in un ambito quotidiano, ma straordinari per la ricerca di forme, colori e materiali. La classe di quanto ora vedrete (si tratta di una selezione) è poi amplificata dall'estrema semplicità della presentazione (la modella è quasi struccata, ha i capelli raccolti in uno chignon, il setting è sempre lo stesso), stratagemma visivo azzeccato per mettere in risalto i veri protagonisti.
Molteplici sono gli elementi che colpiscono in questa collezione, partendo dalla coerenza cromatica: tre sono i colori scelti per i capi in questione, ovvero rosso, bianco e nero, quindi positivo e negativo con un tocco di vivacità e di calore. Altrettanto coerente ed omogenea è la scelta dei materiali utilizzati, spesso preziosi (come la seta) o resi tali dall'applicazione di ricami o di piume. Per quanto invece riguarda le linee, Valli ha mantenuto alcuni caposaldi del suo personalissimo e riconoscibile stile, dove la leziosità di certi elementi (il volant o la ruche, ad esempio) non diventa mai stucchevole, anzi semmai viene utilizzata in contrasto con il resto. Ecco, quindi, che 'Rouge Reine' (la Regina Rossa, nome evocativo, vero?) è sì una giacca imbottita di piuma d'oca, ma ha le maniche straordinariamente gonfie, grazie alla ricca applicazione di volant, tanto da trasformarsi quasi in una mantellina.
Il bagliore inconfondibile della seta si accende di un rosso rubino nella giacca 'Rouge Passion' (Passione Rossa, più chiaro di così), anche questa una specie di mantellina, in cui i volumi sono molto importanti. Bellissimo il nodo-decorazione con cui viene rifinito l'ampissimo collo avvolgente; altrettanto degne di nota sono le maniche, gonfie, a tre quarti.
Una delle rarissime concessioni al colore si trova in 'Le Boudoir', che riprende il modello precedente, modificando però il cromatismo. La seta viene sottoposta ad un trattamento di 'ombreggiatura', grazie al quale assume una gamma di colori in gradazione, che vanno dal rosso intenso, passando per il rosa antico, il rosa pallido ed infine il bianco.
I nastri (da cui il nome 'Les Rubans') sono utilizzati per movimentare la giacca che vediamo qui sopra, realizzata in seta imbottita, tagliata con leggera asimmetria. Nastri piegati su loro stessi ed applicati come volant costituiscono una sorta di plastron avanti e dietro, su cui campeggia un delizioso papillon , a fermare il collo sciallato.
'La Camèe' (Il Cammeo) è un'altra giacca molto interessante: corta in vita, è sempre realizzata in seta imbottita e pare un modello di alta sartoria. Le maniche si aprono e si gonfiano, allargandosi nella parte centrale, mentre il collo a cratere ricorda i modelli storici della maison Balenciaga. La giacca viene indossata con un accessorio particolare, che tornerà più avanti.
'Le Bal Masquè' e 'Le Bal' (Il Ballo Mascherato e il Ballo) sono due capi molto simili, accomunati dalla particolare lavorazione del materiale con cui sono realizzati. Alla seta bianca è stato sovrapposto il tulle nero ricamato, e questo doppio strato rende speciali le due giacche, l'una lunga in vita e decorata da un giro di piume di marabù, l'altra più corta, con maniche a campana e collo ampio.
'La Musique' è un gilet imbottito che riprende, in nero, la stessa decorazione che caratterizzava 'Les Rubans', i tanti nastri ripiegati e applicati fittamente, l'uno vicino all'altro. Il risultato è, a mio parere, migliore rispetto al precedente modello: sia la scelta del colore che del modello, infatti, rendono l'insieme grintoso ed estremamente moderno.
Concludiamo questa carrellata di capi-spalla da sogno con 'Jardin du Luxembourg', guanti lunghi in seta imbottita, che entrano immediatamente e di diritto nella mia interminabile wish-list. Al di là del materiale prezioso colpisce la loro forma, opera gloves (alti fino al gomito) senza dita, ma con manopola, come se si trattasse di guanti da sci.
D'altronde, la tradizione di Moncler passa anche attraverso l'abbigliamento sportivo da alta montagna, e l'omaggio che Valli rende a quel passato è affascinante. Un commento infine su quest'ultima foto, un capolavoro di sobrietà e di armonia cromatica, in cui i toni neutri delle pareti, della moquette e della sedia rivestita di seta sono interrotti dal lampo scarlatto dei guanti, appoggiati con nonchalance ad uno dei braccioli intagliati.
[1] Recentemente un altro italiano -Marco Zanini - è assurto alle cronache per aver riportato in auge il glorioso nome di Halston, ma questo è un discorso che verrà approfondito in un secondo tempo.
[2] Sono doverose due parole per descrivere quello che pare essere un vero e proprio sodalizio artistico: Posh Spice indossadi sovente capi ed accessori di Valli, spesso creati appositamente per lei; il designer, di conseguenza, le ha dedicato il suo modello più famoso di scarpe.
Vi è mai capitato di avere un'ossessione? Di pensare più spesso del dovuto ad una cosa, di provare una smania di possesso che non vi molla finchè non riuscite ad appropriarvene? Nelle diverse fasi della mia vita molti sono stati gli oggetti del desiderio che hanno agitato i miei sonni: alcune bambole e giocattoli da bambina, dischi e scarpe da adolescente, capi vintage, libri e gioielli etnici da universitaria, la specializzazione da specializzanda (ah ah), fino ad arrivare al punto dolente, ovvero le borse. Chi segue con costanza il blog saprà che ho un piccolo problema di dipendenza dalle borse Balenciaga; se qualcuno mi chiedesse il motivo per cui sono fissata con queste e non altre, onestamente non saprei rispondere. Certo, tutte le motivazioni riguardanti la qualità della pelle, la morbidezza, i modelli, i colori, sono valide ma non sufficienti a spiegare la radice dell'ossessione.
Non contenta di aver messo le mani su una 'City', su una 'Besace' e su una 'Day', da diversi mesi mi martellava il pensiero di un altro modello, la ineffabile 'Oval', una pochette piuttosto grande, con bordo impunturato e forma - ovviamente - ovale. Se è vero che la difficoltà per raggiungere il proprio oggetto del desiderio lo rende più prezioso, beh, la 'Oval' che è finalmente entrata nel mio armadio ha un valore inestimabile. Tutto iniziò quando la vidi in mano a Mary-Kate Olsen, nel settembre 2007; fino a quel momento, nei miei pensieri la borsa era una sorta di mostro mitologico: nessuno la possedeva, c'era ma nascosta chissà in quali meandri della maison parigina. La minuscola celebrity, però, ne sfoggiava una (color ghiaccio, bellissima), segno inequivocabile della sua reale esistenza e soprattutto incoraggiamento a non darmi per vinta.
Da allora, con pazienza certosina, ho tentato tutte le strade percorribili per riuscire ad averne una, arrivando addirittura a scrivere a Balenciaga, elemosinando l'elemosinabile e assicurando di potermi accontentare di uno scarto di magazzino (naturalmente non ho ancora avuto risposta). Intanto i mesi passavano, il pancione cresceva, Bianca nasceva, ma della 'Oval' ancora nessun avvistamento. Quella diabolica macchina mangiasoldi che è eBay, infine, è giunta in mio soccorso, nel momento in cui mi ha posto di fronte un esemplare di rara bellezza, nel colore 'Bleuet' (detto anche 'Cornflower'), messo in vendita da una donna americana, evidentemente annoiata da cotanto splendore. Dopo essermi accertata dell'autenticità della borsa, ho deciso l'inevitabile, dissaguando le mie finanze.
Ecco qui il risultato della spesa incosciente. Io ovviamente sono di parte, ma la trovo davvero bella. Facendo parte della linea 'Motorcycle', ha tutte le caratteristiche delle borse più grandi, ovvero le fibbiette con borchie, i laccetti e lo specchietto cosmetico (più piccolo rispetto a quello presente nelle altre borse).
Ecco qualche dettaglio: il bordo impunturato e stondato, lo specchietto cosmetico e la chiusura con calamite. Pur trattandosi di una borsa a mano, penso sia importante specificare che è piuttosto grande, direi come una 'First', il modello più piccolo di classica borsa Balenciaga. Il colore, poi, è particolare: stranamente sono riuscita a comprare una Balenciaga colorata e non nera, ma non ci ho pensato due volte, trattandosi di una tinta non troppo accesa o vistosa. 'Bleuet' è un blu fiordaliso che cambia a seconda della luce e per dimostrarvelo ho scelto una modella d'eccezione.
La giovane Bianca, nel suo completo a righe multicolori, posa accanto alla 'Oval': la foto è stata scattata senza flash e il colore della borsa è quasi simile al denim.
La giovane Bianca, sempre più avvezza all'obiettivo, si mette nuovamente in posa per una foto con flash: in questo caso, il colore è un tantino più intenso.
La giovane Bianca, infine, cambiato scenario (dalla culla al letto), prende confidenza con la borsa e, al pari di una JLo ai tempi del burrascoso sodalizio con Vuitton, cerca di appropriarsene, iniziando a giocare con i laccetti. C'è poco da fare: ha quasi tre mesi ma ha già capito tutto dalla vita.
Se scrivessi ancora recensioni cinematografiche per la rivista universitaria con cui collaboravo alla fine degli anni '90, avrei riservato parole poco lusinghiere al film 'Sex and the City'. Probabilmente avrei scritto che si erge baldanzoso su una trama fragile, che è inutilmente prolisso da una parte e sbrigativo dall'altra, che mette troppa carne al fuoco fino a risultare confusionario, che accenna a molto per concludere poco...e chissà quanto altro. Da quando la collaborazione con la rivista si è chiusa, il mio spirito critico si è come sopito, forse perchè non sono più costretta a vedere film che non mi interessano e quindi vado al cinema per quello che mi piace davvero. Acqua ne è passata sotto i ponti, nel frattempo: laurea, lavoro, specializzazione, scuola, matrimonio, Bianca...e una irrefrenabile passione per il telefilm su cui ho spessoscritto in queste pagine. Ecco perchè ieri, in quella sala cinematografica riempita in minima parte (eravamo in dieci, tra cui un tredicenne), ho palpitato durante la visione, mi sono emozionata [1], ho riso, ho esultato, ho provato dispiacere, mettendo a tacere la vocina che sussurrava 'delusione haute couture'. Sì, la definizione (dovuta a lui) in qualche modo rispecchia la mia opinione post-proiezione (non si tratta di un film da Oscar, questo è bene dirlo), ma è senz'altro passata in secondo piano rispetto al resto.
Lungi da me voler anticipare alcunchè sulla trama, mi sento però di discutere un paio di punti. Posto il fatto che 'Sex and the City - the Movie' è una sontuosa e luculliana festa per gli occhi di ogni donna, posto il fatto che non esiste una donna (e sottolineo una) che non vorrebbe trovarsi al posto di Carrie Bradshaw in alcuni momenti del film (dico solo 'Manolo Blahnik in satin blu', ma anche 'vestito da sposa in pizzo bianco di Oscar de la Renta', per non parlare di 'abito da sposa di Vivienne Westwood con biglietto autografo'), visto che sono una fan della serie tv, è stato naturale mettere a confronto lo stile della protagonista nella sua lunga evoluzione. Sono convinta che Patricia Field sia una delle migliori costume designer in circolazione e che abbia rivoluzionato il mondo dell'immagine grazie al lavoro compiuto sul set del serial in questione, ma non ho molto apprezzato il modo in cui ha tratteggiato lo stile di Carrie. Non ci sono state grandi novità per quanto riguarda il look delle altre protagoniste, visto che ciascuna ha mantenuto i propri segni di riconoscimento (stile sobrio e formale per Miranda, preppy per Charlotte, aggressivo per Samantha), mentre lo stile di Carrie si è come 'spento'. Sicuramente il lato esteriore doveva rispecchiare le pene d'amore vissute dal personaggio, ma ritengo che alcune mise non siano riuscite particolarmente bene. A mio avviso, la sesta stagione del serial coincide con uno stile straordinario, costantemente sopra le righe, basato su vestiti da sogno (in pieno mood 'ballerina') che colpiscono al cuore.
Era il 2004 e la protagonista, innamorata dell'artista Aleksandr Petrovski, lasciava New York per inseguire una chimera d'amore nella capitale francese. A parte il fatto che le ultime puntate della stagione sono le migliori dell'intera serie (per intensità, costruzione, dettagli e location), qui lo stile di Carrie è innovativo ed estremamente coerente, fondato su elementi quali tulle, volant, perle e tacchi a spillo.
Nel 2008, invece, la nostra sfoggia mise molto diverse tra loro, quasi slegate l'una dall'altra, tanto che assistiamo ad una sorta di schizofrenia d'immagine che mi ha lasciata alquanto perplessa. E' vero che il personaggio cambia parecchio il proprio aspetto nel corso della vicenda, ma ho avuto la sensazione che la Field abbia voluto usare tutte le frecce al suo arco per il puro gusto di stupire, senza però mantenere una fondamentale coerenza. La proverbiale eccentricità di Carrie viene sottolineata in certi casi e mortificata in altri, con risultati non sempre ottimali. Detto questo, è chiaro che gli spunti interessanti non mancano, come riassunto dall'immagine qui sopra: trovo deliziosa la cappelliera usata come borsa, gli stivaletti bianchi e neri alla caviglia, l'abito a fiori con cintura borchiata e sandali Dior (una delle mise migliori dell'intero film) e la t-shirt con slogan di Katherine Hamnett.
A proposito di borse: nel film gli accessori favolosi si susseguono a ritmo incessante, ma il mio 'occhio clinico' non poteva non notare alcune borse. La borsina a forma di cupcake di Judith Leiber, tutta tempestata di cristalli Swarovski, ha addirittura una funzione importante all'interno della trama; il bauletto 'Joy' di Gucci (appartenente alla linea 'Gucci Loves New York') non è il massimo dello chic, ma in un film ambientato nella Grande Mela calza a pennello. Ricordo della trasferta parigina la borsa a forma di Torre Eiffel sfoggiata da Carrie, opera di Timmy Woods, anche questa incrostata di cristalli Swarovski, mentre la clutch 'Limelight' di Vuitton arriva direttamente dalla collezione a/i 2007/2008. Sempre Vuitton la 'Monogram Motard', coloratissima borsa a mano, che ricopre un ruolo simbolico all'interno del film.
Senz'altro la visione del film entusiasmerà le fan del serial tv, ma tutto sommato penso possa venire apprezzato anche da chi non ne ha visto nemmeno una puntata. Ah, prima di concludere, due parole sulla sottoscritta in trasferta al cinema: mi sono divertita da matti, specie perchè uscivo mediamente rilassata per la prima volta dopo quasi tre mesi dalla nascita di Bianca, eppure, nei momenti morti (trailer iniziali e intervallo) il pensiero andava a lei. Ho martellato mia madre (con cui ho visto il film) con interrogativi che definire paranoici è poco ('chissà cosa sta facendo', 'chissà se piange', 'chissà se le manco' e via dicendo), e quando sono tornata a casa (lei tranquilla in sdraietta, l'ing al computer, cena pronta e tavola apparecchiata), mi sono resa conto che...devo uscire più spesso!
[1] Quanto è stato bello vedere Patrick Demarchelier, Plum Sykes e Andrè Leon Talley (con beauty-case Vuitton personalizzato in grembo) durante la scena del servizio fotografico! A questo proposito, ci tengo a far notare come il film si regga in qualche modo sul tentacolare influsso di 'Vogue U.S.': una scena è ambientata nella redazione, ma non dimentichiamo che Plum Sykes (ora scrittrice) è stata giornalista della rivista sotto la direzione di Anna Wintour e che Jennifer Hudson (assistente di Carrie Bradshaw nel film, ma vincitrice di un meritatissimo premio Oscar per 'Dreamgirls' e cantante) è la protetta di Talley, insomma, come si diceva qui, niente avviene per caso ma segue delle logiche economiche e d'immagine ben precise.